Thor Vilhjálmsson, il lupo di mare che sapeva raccontare la natura

Iceland
«Mio nonno era un uomo bellissimo, forte, un lupo di mare. Sapeva tutto sulla natura, la mutevolezza delle luce, dell’acqua… Era un uomo di azione, ma sapeva recitare interi cicli epici incantando chiunque. Non a caso era un idolo delle donne. Quella era gente che lavorava e basta, fino alla morte. Ma allora il tempo era un tempo vero, autentico. Oggi cos’è il tempo? Solo fretta, confusione, caos. E la vita scorre senza che uno se ne renda conto, senza capire davvero… Io penso che ognuno di noi si debba scegliere un’illusione, quella che più gli piace, e poi portarla avanti con cura, finché può».

Parole  di Thor Vilhjálmsson, scomparso il 2 marzo all’età di 85 anni. Era il più importante scrittore islandese contemporaneo, autore di romanzi, saggi, pièce teatrali e raccolte poetiche, e traduttore in islandese delle opere principali della letteratura mondiale, tra cui Umberto Eco. Amico di Fellini e Pasolini, ha vissuto a Roma negli anni d’oro di Cinecittà. Nel 1992 è stato insignito del Premio dell’Accademia Svedese. Nel 1998 Il muschio grigio arde si è aggiudicato il Premio del Consiglio Nordico e nello stesso anno Cantilena mattutina nell’erba ha ricevuto il Premio della Letteratura Islandese. Tutte le sue opere sono tradotte in Italia da Iperborea. (Il muschio grigio arde, 2002 – Cantilena mattutina nell’erba, 2005 – La corona d’alloro, giugno 2011).

Ecco di seguito l’intervista  che Thor Vilhjálmsson mi rilasciò nel 2008.

Chi si sente atterrito dall’horror pleni di un mondo saturo di suoni e segnali – ben descritto da Gillo Dorfles nel suo omonimolibro – dovrebbe fare un tuffo nel profondo Nord europeo, dove ancora una certa letteratura resta indifferente al fragore di un tempo accelerato e travolgente. Thor Vilhjálmsson viene dall’Islanda, da Reykjavík. Ha 83 anni (oggi ne avrebbe 85, ndr) ed è il più importante scrittore contemporaneo del suo Paese. Insignito del Premio dell’Accademia Svedese nel 1992, tra i suoi libri ricordiamo Il muschio grigio arde e Cantilena mattutina nell’erba, editi da Iperborea. L’ho incontrato a Milano nel 2008. Allure candida e parole che scorrono lievi; e che via via prendono la forma di suoni, fragranze e vibrazioni.

Signor Vilhjálmsson, in che modo la natura ha influenzato la sua scrittura?

«Il paesaggio islandese è la più grande lezione di poesia. Da noi la natura è potente, drammatica, con montagne che ogni tanto sputano fuoco. Nel corso dei secoli hanno eruttato così tanta lava da coprire buona parte del Paese. È una terra che ha prodotto eroi medievali temerari e magnifiche saghe, come la Sturlunga saga. Non potevano che nascere da queste parti. Luis Borges è venuto in Islanda due volte, l’ho conosciuto, è rimasto folgorato dalla nostra cultura. Ho convinto anche Robbe-Grillet a venire. Era stupito del fatto che in Islanda ci fossero soltanto 300mila persone. L’ho rassicurato e gli ho detto che d’inverno raddoppiano, fra tutti quegli spettri e quei fantasmi che ci vengono regolarmente

Un ricordo d’infanzia?

«Il mare è stata la mia vera università. Si andava in barca. I vecchi pescavano. Barcollavano ea trovare…». raccontavano storie per intrattenere noi giovani. Quando avevano esaurito il repertorio se ne inventavano altre. Anche mio nonno, senza saperlo, era uno straordinario poeta. Da bambino trascorrevo le estati con lui, a Húsavik, un paesino di poche anime. Era un uomo bellissimo, forte, un lupo di mare. Sapeva tutto sulla natura, la mutevolezza delle luce, dell’acqua… Era un uomo di azione, ma sapeva recitare interi cicli epici incantando chiunque. Non a caso era un idolo delle donne. Quella era gente che lavorava e basta, fino alla morte. Ma allora il tempo era un tempo vero, autentico. Oggi che cos’è il tempo? Solo fretta, confusione, caos. E la vita scorre senza che uno se ne renda conto, senza capire davvero… Io penso che ognuno di noi si debba scegliere un’illusione, quella che più gli piace, e poi portarla avanti con cura, finché può».

«Il bel tempo andato»: ogni generazione in là con gli anni dice spesso così…

«Riguardo la letteratura, senz’altro una volta era meglio. Ricordo un importante editore italiano, moltissimi anni fa, che in un libro si scusava con i lettori per la qualità scadente della carta, causa mancanza di quattrini. Oggi la letteratura vuol dire soprattutto profitto. Dov’è finita la passione? Ci sono sempre meno editori che sanno scegliere e curare il prodotto come dovrebbero. Un editore intelligente deve saper scegliere e curare. E questo non vuol dire rinunciare al guadagno».
C’è ancora posto per il poeti, in questo mondo?

«Non è una domanda da fare agli scrittori. Devono rispondere gli specialisti e dire loro che cosa bisogna fare con la poesia. Ognuno poi risponde a se stesso. Se uno vuole, la legge, se no, la butta via. Il poeta si limita a scrivere».

Scheda su Thor Vilhjálmsson. Fonte: casa editrice Iperborea http://www.iperborea.com/

Thor Vilhjálmsson era, senza ombra di dubbio, uno dei grandi maestri della letteratura islandese. Nato ad Edimburgo nel 1925 cresce dall’età di cinque anni a Reykjavík ed è al nonno che deve le prime lezioni veramente importanti per la sua futura carriera di scrittore: la lezione del paesaggio islandese e la grande lezione della poesia. Nelle sue memorie, di cui sono usciti in Islanda finora due volumi: Voci nel giardino (Raddir í garðinum, 1992) e Il vascello dai remi d’oro (Fleyog fagrar árar, 1996) Vilhjálmsson ricorda le molte estati della sua infanzia trascorse a Husavik insieme al nonno, un uomo, dice lui, ancora vitalee bello come un giovane lupo di mare, che amava scrutare le montagne, il mare, l’incessante mutare della luce e che, nel frattempo, gli recitava interi cicli epici. Una volta superato l’esame di stato, tra il 1945 e il 1952, Vilhjálmsson incomincia a viaggiare. Le sue mete preferite: Inghilterra, Svezia, Danimarca, Italia e soprattutto Francia. Ed è proprio a Parigi che, contemporaneamente ai suoi studi alla Sorbona, incomincia a scrivere a ritmo serrato e ad affiancare alle letture giovanili di Dickens, Kipling, Hamsun, Laxness e dei russi Tolstoj, Dostoevskij e Cechov quelle importantissime di Faulkner (uno dei numi tutelari della sua opera), dei surrealisti e degli esistenzialisti (Camus, Malraux, di cui ha tradotto La condition humaine) e in parte degli autori del ‘nouveau roman’, nei confronti dei quali lo scrittore islandese manterrà sempre una certa distanza. Si dedica ad occupazioni diverse, è bibliotecario ma anche guida turistica sui ghiacciai islandesi, durante il suo soggiorno a Roma Pasolini gli propone addirittura il ruolo di Cristo ne Il Vangelo secondo Matteo ma la sua principale attività è, come per molti Islandesi, il mestiere del marinaio di peschereccio. Nel 1952, proprio mentre sta per imbarcarsi come mozzo su una nave da carico norvegese in partenza dall’Islanda per il Sudamerica, Vilhjálmsson incontra la donna che diventerà sua moglie  e questo incontro, è lui stesso a dichiararlo, cambierà la sua vita e il suo destino. Tra la pesca al merluzzo e la letteratura la scelta non dev’essere stata facile, ma in fondo le due attività non sono incompatibili, come lui stesso afferma: “In mare si ha del tempo per meditare, per leggere. E’ stata una scuola per me”, la scuola dei vecchi pescatori carichi di esperienza ed umanità, che lo ha reso immune dalle tempeste dell’esistenza. Nonostante, però, il suo cosmopolitismo innato dal 1953 vive a Reykjavík in una bella casa-atelier, circondato dai suoi quadri, la pittura è, infatti, la sua seconda arte, e da quelli dei suoi amici, tra cui spiccano alcuni paesaggi di Kjarval (1885-1972), il più grande pittore che l’Islanda abbia mai avuto, su cui nel 1964 Vilhjálmsson ha scritto un libro prezioso. Oltre a essere stato per tredici anni, dal 1955 al 1968, direttore di una rivista di arte e letteratura d’avanguardia, Birtingur, ad aver tradotto libri dall’inglese, dal francese, dall’italiano (è lui che ha tradotto John Osborn, Stéphane Mallarmé, Eugene Gladstone O’Neill, Françoise Sagan, André Malraux, Umberto Eco, Susanna Tamaro, Paolo Coelho e Isabel Allende) e organizzato molteplici incontri internazionali di scrittori e artisti, tra il 1974 e il 1980 ottiene l’incarico di presiedere l’Unione degli scrittori islandesi. La sua carriera artistica inizia più dicinquant’anni fa con il primo libro di prose brevi, L’uomo è sempre solo (Madurinneralltaf einn ) del 1950 e, fino agli ultimi romanzi, quelli degli anni Ottanta, passando per l’incessante sperimentazione degli anni Sessanta e Settanta, di cui uno degli esempi migliori è senz’altro Presto, presto, disse l’uccello (Fljótt, fljótt, sagði fuglinn) del 1968, è tutta all’insegna di un modernismo che non ha mai disdegnato diflirtare con le tecniche d’avanguardia. Vilhjálmsson è uno dei primi scrittori islandesi del XX secolo a prendere le distanze da ogni trattamento realista dei temi e delle situazioni umane e a guardare alla libertà compositiva e all’esplosione dell’immaginazione del romanzo europeo (Joyce) e americano (Faulkner), riuscendo così a sfuggire alla sindrome localistica e alla stancaimitazione del padre del romanzo moderno islandese Halldór Laxness. Ed è apartire dalla metà degli anni Ottanta che l’immaginazione lirica di questo grande poeta del romanzo europeo, fondendosi con le fonti storiche della memoria collettiva islandese, torna a far parlare di sé ed è acclamata dai compatrioti e da molti lettori di tutto il mondo. Nel 1986 esce Grámosinn glóir (Il muschio grigio arde, Iperborea 2002) e ottiene grande successo anche in Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Germania, Francia, Italia eTurchia. Nel 1989 esce Náttvíg (Omicidio nella notte) e viene tradotto in Danese, Svedese e Francese. Nel 1992 Vilhjálmsson viene insignito del Premio dell’Accademia Svedese e nel 1998 il suo Morgonþulaí stráum (Cantilena nell’erba, di prossima pubblicazione Iperborea) riceve il premio della Letteratura Islandese mentre Il muschio grigio arde si aggiudica il Premio del Consiglio Nordico, assicurando così a questo lupo di mare prestato alla letteratura una solida fama internazionale. Una fama più che meritata a giudicare anche solo dagli ultimi due romanzi citati, che sono, indiscutibilmente, due autentici capolavori. Chiamato ad affrontare il suo primo processo, un caso d’incesto e di infanticidio avvenuto in una fattoria sperduta nel cuore dell’Islanda, Ásmundur, giovane magistrato e poeta protagonista de Il muschio grigio arde, si trova proiettato secoli indietro in una realtà aspra e selvaggia, intrisa di leggende e mitologia. Il romanzo prende spunto da un reale caso giudiziario del secolo scorso per diventare un’intensa riflessione sulla giustizia, sulla poesia e sul mistero dell’uomo, ospite effimero di una natura eterna.Cantilena nell’erba, invece, romanzo aspro, dolce, violento e fitto come le nebbie islandesi, distilla le avventure di Sturla, eroe feudale del XIII secolo, dallesue terre di ghiaccio e di fuoco fino a Roma. Un cammino iniziatico attraverso la Francia e l’Italia e un inno alla natura sovrana. In entrambi, come nell’intera opera e nella visione della vita dello scrittore islandese, i miti occupano un posto centrale e questo perché, secondo Vilhjálmsson, riflettono ed esprimono ciò che di perenne c’è nell’umanità, in essi si ritrova “la creatura misteriosa che è l’Uomo, allo stesso tempo millenario ed effimero, eterno passeggero, ospite perplesso nella propria vita e nella propria terra, farfalla nell’universo. L’uomo solidale e l’uomo solitario, l’uomo singolo in rapporto all’umanità intera, l’animatore del vuoto, il sognatore resistente alla morte, inventore di favole per difendersi dai computer e dalla robotizzazione”.

Creative Commons License photo credit: Gueorgui Tcherednitchenko

1 commento su “Thor Vilhjálmsson, il lupo di mare che sapeva raccontare la natura”

  1. ALBERTO RIVIELLO

    HO SCOPERTO SOLO IERI,9 NOVEMBRE 2011,DELLA SCOMPARSA DI THOR. ERO IN UNA LIBRERIA DI BOLOGNA,DOVE OGGI VIVO,HO
    VISTO FRA I LIBRI IPERBOREA,”LA CORONA D’ORO” E RIGIRANDOLO IN MANO HO LETTO : THOR VILH.1925-2011.
    MI E’SUCCESSO COME AL PROTAGONISTA DI NUOVO CINEMA PARADISO,QUANDO APPRENDE COSI’,QUASI PER CASO,DELLA MORTE DEL SUO AMICO- MENTORE. IL BRUSIO DELLA GENTE IN LIBRERIA SI E’ISTANTANEAMENTE DISSOLTO E ACCOMPAGNATA DA UNA PROFONDA TRISTEZZA MISTA A TENEREZZA LA MIA MENTE HA RIPERCORSO IL TEMPO DELLA MIA CONOSCENZA
    DI THOR. ERO POCO PIU’DI UN BIMBO QUANDO MIO FRATELLO POETA VITO, PORTO’CON SE NELLA NOSTRA CITTA’DI PROVINCIA,POTENZA,QUESTO VIKINGO ALTO CON BARBA E CAPELLI ROSSASTRI,IERATICO. QUARANT’ANNI DOPO LO RIVIDI NELLA SUA TERRA,DOVE,IO ADULTO,POTEI APPREZZARLO IN PIENO. LA SUA SMISURATA CULTURA,LA SUA GRANDE UMANITA’MI FECERO DA GUIDA NEL VIAGGIO CHE FACEVO PER LA PRIMA VOLTA NELLA SUA TERRA A CUI TANTO EGLI ASSOMIGLIAVA. LO PENSAVO COME UNO ZIO NORDICO,SAGGIO, IRREQUIETO,COLTO,AVVENTUROSO,A CUI FARE RICORSO NELLA FOLLIA DEL NOSTRO MONDO. L’ULTIMA VOLTA CHE GLI TELEFONAI DUE ANNI FA’FU PER LA MORTE DEL SUO AMICO E MIO FRATELLO VITO.
    LE PAROLE CHE MI DISSE,ORA SI ADATTEREBBERO BENE AD UN EPITAFFIO ANCHE PER LUI.
    NON SO SE QUALCUNO LEGGERA’QUESTE RIGHE SCRITTE DI GETTO,MA SENTO CHE LUI,CHE CONOSCEVA PERFETTAMENTE L’ITALIANO,LE ASCOLTERA’,INSIEME ALLE ALTRE,TANTE PAROLE CHE NON HO QUI SCRITTO.
    CIAO THOR.
    ALBERTO

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