Katyń e le sincronicità junghiane

10.04.2010Si sono versati ettolitri di inchiostro sulla sciagura polacca che ha visto falciare un’intera classe dirigente, le 97 vittime della tragedia aerea di Smoleńsk. Non mi soffermerei in questa sede sui riflessi che la tragedia ha e avrà sulla politica immediata e futura che merita un discorso approfondito; ciò che più mi ha colpito a botta calda – e penso tutti – sono le incredibili coincidenze dell’intera vicenda: oggi, come 70 anni fa, il Paese ex sovietico perde in un solo colpo e in circostanze violente buona parte della sua élite politica, finanziaria e militare; un’analogia fin troppo evidente per non essere immediatamente rilevata dai cittadini polacchi e dagli osservatori di tutto il mondo. Fatalità? Destino? Errore umano? Qualcosa d’altro? Sono queste le domande che si rincorrono sbigottite sulla rete, nei blog e nelle testate online. C’è chi parla di maledizione e chi di una sorta di «sincronicità iunghiana» tra presente e passato, e ch i, come Barbara Kotlarczyk su La Stampa (intervista di  Marco Zatterin) non riesce a farsene una ragione: «Come è stato possibile che la nebbia sia spuntata così rapidamente, in una giornata che il sole dell’alba annunciava bellissima? Quando siamo arrivati il cielo brillava…», si tormenta l’anziana signora.

E mentre una nazione piange sgomenta i suoi morti, gli interrogativi restano aperti. Qui di seguito vorrei condividere con i lettori un commento del mio amico Franceso M. Cataluccio, scrittore e profondo conoscitore della storia e della cultura polacca che con poche parole fissa un’immagine intensa e commovente che rimarrà incisa nella nostra memoria collettiva. Creative Commons License photo credit: Piotr Pawłowski

Poles gather for national mourning
«La perdita» di Francesco M. Cataluccio

Di tutte le immagini che dalla mattina di sabato ci rimandano, dolorose come spilli, la tragedia aerea di Smoleńsk, ce n’è una che rimarrà indimenticabile: un piccolo uomo con i capelli ormai grigi, inginocchiato difronte al feretro imbandierato del fratello gemello, e dietro di lui si sta allontanando, anche per lasciar solo lo zio, una giovane donna vestita di nero che ha perso in un attimo il padre e la madre (il corpo della quale non è stato ancora identificato nella massa delle vittime carbonizzate).

E’ una scena quasi privata, pur nel grande spazio grigio di un aeroporto ventoso, con la folla delle autorità e dei giornalisti, i drappelli militari e la banda, le televisioni del mondo che scrutano con i loro indiscreti obbiettivi i volti e i gesti del dolore.

Poi ci sono le immagini delle migliaia di persone che depongono le candeline e i fiori, la commozione forte della gente per strada, l’ala dell’aereo impiccata al ramo di un alto albero, la radura triste di Katyń, gli abbracci, meno rituali del solito, tra gli esponenti politici.

Vorrei che questa grande tragedia polacca non fosse soltanto di quel popolo, e di coloro che gli sono amici, ma fosse sentita da tutti gli europei. Perché anche se alcune delle persone che sono morte sabato mattina, avevano un’idea scettica dell’unità europea, e la avversarono in nome degli interesse nazionali, l’orrendo massacro che avvenne settant’anni fa in quelle foreste, e il fatale incidente aereo dell’altro giorno, sono parte della storia di tutta l’Europa. Creative Commons License photo credit: mateuszmajewski

• L’intervista di Marco Zatterin sulla La Stampa si può leggere su: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201004articoli/54024girata.asp

♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣♣

•Il massacro della foresta di Katyń (Fonte: Wikipedia).  Noto anche più semplicemente come Massacro di Katyń, avvenne durante la seconda guerra mondiale e comportò l’esecuzione di massa, da parte dei sovietici, di soldati e civili polacchi. L’espressione si riferì inizialmente al massacro dei soli ufficiali polacchi detenuti del campo di prigionia di Kozielsk, che avvenne appunto nella foresta di Katyń, vicino al villaggio di Gnezdovo, a breve distanza da Smolensk. Attualmente l’espressione denota invece l’uccisione di 21.857 cittadini polacchi[1]: i prigionieri di guerra dei campi di Kozielsk, Starobielsk e Ostashkov e i detenuti delle prigioni della Bielorussia e UcrainaStalin nella foresta di Katyń e nelle prigioni di Kalinin (Tver), Kharkov e di altre città sovietiche. occidentali, fatti uccidere su ordine di

Molti polacchi erano stati fatti prigionieri a seguito dell’invasione e sconfitta della Polonia da parte di tedeschi e sovietici nel settembre 1939. Vennero internati in diversi campi di detenzione, tra cui i più noti sono Ostashkov, Kozielsk e Starobielsk. Kozielsk e Starobielsk vennero usati principalmente per gli ufficiali, mentre Ostashkov conteneva principalmente guide, gendarmi, poliziotti e secondini. Contrariamente ad una credenza diffusa, solo 8.000 dei circa 15.000 prigionieri di guerra di questi campi erano ufficiali.

L’eccidio di Katyń fa riflettere perché da esso emergono aspetti della dittatura staliniana che è stato a lungo imbarazzante riconoscere, vale a dire il carattere fortemente repressivo e le tendenze imperialistiche. Il massacro rispondeva ad una logica ben precisa di ulteriore indebolimento della Polonia appena asservita. Infatti, poiché il sistema di coscrizione polacco prevedeva che ogni laureato divenisse un ufficiale della riserva, il massacro doveva servire ad eliminare una parte cospicua della classe dirigente nazionale. Va inoltre ricordato che Stalin contestualmente ordinò la deportazione in Siberia e Kazakhstan delle famiglie degli ufficiali polacchi (bambini compresi), eliminando in tal modo anche la generazione successiva. Tale eliminazione venne concordata e portata avanti di comune accordo con la Germania Nazista ed i dettagli discussi in riunioni tra i due alleati. Tutto ciò nel quadro di una spartizione della Polonia tra Germania nazista ed URSS, due potenze che rappresentavano due sistemi culturali ed ideologici opposti ed antitetici, ma che, per circa 2 anni e fino al giugno 1941, furono legate dal Patto Molotov-Ribbentrop, che stabiliva la non aggressione reciproca e la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici.
Il 5 marzo 1940, secondo un’informativa preparata da Lavrentij Beria (capo della polizia segreta sovietica) direttamente per Stalin, alcuni membri del politburo dei SovietStalin, Vyacheslav Molotov, Kliment Vorošilov, Anastas Mikojan, e Beria stesso – firmarono un ordine di esecuzione degli attivisti “nazionalisti e controrivoluzionari” detenuti nei campi e nelle prigioni delle parti occupate di Ucraina e Bielorussia.

La scoperta del massacro nel 1943 causò l’immediata rottura delle relazioni diplomatiche tra il governo polacco in esilio a Londra e l’Unione Sovietica. L’URSS negò le accuse fino al 1990, quando riconobbe nell’NKVD la responsabile del massacro e della sua copertura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *