A PROPOSITO DI ROM, SARKO L’UNGHERESE E CECILIA LA BELLA ZIGANA…

TANTO PER FARE IL PUNTO: Sarà mica che in ogni rom Sarkozy vede gli occhi tzigani di  Cécilia?

(Clicca qui e leggi articolo su Il Foglio – agosto 2010)

Elle-Cecilia

LeCasse toi espulsioni dei rom e il controllo dell’immigrazione nell’Europa della libera circolazione fortemente volute dal presidente francese di origini ungheresi Nicolas Sarközy de Nagy-Bocsa, detto Nicolas Sarkozy °, e sostenute dal governo italiano,  hanno provocato uno scontro durissimo tra Parigi e la Ue; uno scontro che è soltanto all’inizio. Le cronache di questi giorni ci hanno ampiamente informati:  Sarkozy ha suggerito al commissario Ue Viviane Reding – che nei giorni scorsi aveva paragonato la politica francese sui rom a ciò che è successo durante la Seconda Guerra mondiale – di accoglierli nel suo Paese, il Lussemburgo.  Non prima di aver definito le critiche di Reding “semplicemente inaccettabili”.  Intanto, mentre la Commissione sta valutando se aprire una procedura di infrazione contro la Francia a proposito della politica dell’Eliseo sulla questione, il presidente ha ribadito la sua volontà di smantellare tutti i campi illegali, tra cui anche quelli in cui vivono i rom.

° È figlio di Paul Sarkozy, un aristocratico ungherese naturalizzato francese, e di Andrée Mallah, figlia di un medico ebreo sefardita di Salonicco convertito al cristianesimo. È stato cresciuto dalla madre, lasciata dal padre, il quale si è poi risposato ed è andato a vivere negli Stati Uniti.

Colgo l’occasione per riproporre un mio vecchio articolo. Ognuno tragga poi le sue conclusioni…

Ma, prima di iniziare, volevo ricordarvi – ironia della sorte – che:

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Cécilia Sarkozy, ex moglie del presidente francese,  si chiama in origine Cecilia María Sara Isabel Ciganer-Albéniz. Nata il 12 novembre 1957 a Boulogne-Billancourt, la  sua biografie narra che suo nonno era moldavo-rumeno e rom o giù di lì (da qui il soprannome spagnolo di Ciganer). Notizia poi smentita e poi ripresa a seconda dell’utilità del momento. Di fatto il nome Ciganer parla da solo.  Vedi anche Wikipedia: Cecilia Attias was born Cécilia María Sara Isabel Ciganer-Albéniz. Her elderly father, André Ciganer (born Aron Chouganov) was a Moldovan immigrant born in Bălţi, Bessarabia in 1898 of Russian and Romanian Jewish lineage, she believed that he was of  Rom origin; because of the “Ciganer” surname however it was later revealed that he was not. He left home at the age of 13, just before the First World War. Ciganer moved to Paris, where he became a furrier

–  Un Sarkozy è a capo dei rom austriaci. Si chiama Rudolf Sarközi (la differenza sta nelle lettere “I” e “Y”), è il portavoce della comunità gitana, e mentre in Francia si dibatte sull’offensiva del governo di Sarkò contro i campi rom abusivi, il quotidiano «Le Monde» trova un quasi omonimo del presidente francese fra i leader della comunità rom in Austria: ex spazzino dai grandi baffi nato in un campo di concentramento nel 1944, consigliere circoscrizionale a Vienna per i socialdemocratici, ma soprattutto portavoce riconosciuto della sua comunità, tanto che l’estrema destra lo chiama «il re degli zingari»… Leggi articolo completo: Un Sarkozy a capo dei rom austriaci – Corriere della Sera

Adesso potete rilassarvi e leggere il mio vecchio (ma ancora attualissimo) articolo…

Oggi Gheorghe lavora per una coop, mantiene una figlia all’università in Romania, un altro figlio 17enne studia da cuoco. Leòn fa il sorvegliante all’Idroscalo. Trentuno ragazzi vanno regolarmente a scuola. Ex suonatori da metrò oggi sono una band con un cd e trenta concerti all’attivo. Sono i 79 rom sgomberati in via Capo Rizzato, ricordate?

Le parole che avete appena letto sono l’incipit di un reportage apparso su Il Giornale nel 2006. Era il racconto di una storia a lieto fine di un campo rom abusivo a Milano, sgomberato il 29 giugno 2005 dalle forze dell’ordine. Dei 300 nomadi che ci vivevano, gli irregolari se ne andarono, mentre i restanti 79, tra cui donne e bambini, furono ospitati dalla Casa della Carità di don Virginio Colmegna. In seguito molti di loro hanno trovato un lavoro e i ragazzi sono andati quasi tutti a scuola. Alcuni hanno deciso di aiutare i propri simili ancora in difficoltà, confermando che è possibile affermare la legalità all’interno della solidarietà facendo anche cultura. Questa è una delle (poche) storie a lieto fine di integrazione riuscita di una manciata di rom appartenenti a un popolo per definizione senza regole. Le cronache – altrimenti – continuano a raccontarci di gente che vive stipata in roulotte malandate e fatiscenti o in baracche improvvisate simili a slums e favelas. Situazioni limite sparse a macchia d’olio nelle periferie italiane (e in Europa). Che provocano malumori e proteste da parte dei cittadini, a volte giustificate, a volte eccessive, secondo i casi.

Chi sono questi nomadi odiati, rifiutati e respinti ovunque essi vadano? Individui con i quali gli stessi immigrati della più basso rango sociale non vogliono avere nulla a che fare?

È di qualche anno fa il saggio I rom d’Europa. Una storia moderna di Leonardo Piasere, professore di Antropologia culturale e Antropologia politica all’Università di Firenze (Laterza). In tempi di migrazioni in un’Europa allargata, dove la caduta delle frontiere favorisce gli spostamenti da un paese all’altro, quello dei rom è diventato in questi anni un tema prioritario nell’agenda comunitaria. I più allarmati sono apparsi inizialmente gli inglesi, preoccupati di vedere arrivare a frotte i «figli del vento». In seguito la preoccupazione si è diffusa in tutta Europa come erba gramigna trasformandosi prima in paura, poi in odio e rigetto.

La verra domanda da porsi è una: esiste veramente un «problema zingaro» nell’Europa a Ventisette? Considerati come un gruppo marginale da recuperare socialmente o integrare con il resto della popolazione gagé, cioè non zingara, sono individui dai tanti nomi e dalle svariate culture, la cui presenza nelle vicende in Europa è stata trascurata, omessa o portata alla ribalta ciclicamente per prevedibili convenienze politiche: molti di loro infatti sono analfabeti, vivono ancora sotto la soglia della povertá, con una vita in media di quindici anni piú breve rispetto ai non zingari. Spesso i rapporti con gli Stati in cui vivono da secoli non sono dei migliori e tuttavia hanno mantenuto un orgoglio da «signori del mondo» nonostante la scelta di una vita borderline.

Da quando hanno fatto la loro comparsa in Europa centrale nei primi decenni del XV secolo, sono stati respinti, marchiati e maltrattati, anche se il culmine delle persecuzioni sono state raggiunte sotto il nazismo. (Malgrado fossero di origine ariana,  erano considerati talmente degenerati dopo gli incroci con gli «asociali» europei da essere diventati essi stessi degli asociali da estirpare). Se da un lato il regime hitleriano ne ha sterminati oltre mezzo milione (noti i terribili esperimenti del dottor Mengele sui gemellini per lo studio dei fattori ereditari sul colore degli occhi), dall’altro il Socialismo reale li ha costretti a una stanzialità forzata in nome della proletarizzazione. Sparsi nei Balcani e via via nei Paesi dell’ex blocco socialista, Spagna, Portogallo, Francia e Italia – a seconda di dove vivono vengono definiti tsiganes, Zigeuner, gypsies, gitanos o cigani*.

Oggi, il termine politicamente corretto e comunemente accettato li designa come rom, che significa «uomini liberi» nell’antica radice sanscrita, anche se tali in verità non sono mai stati. Del resto è difficile scardinare un pregiudizio che vede lo zingaro come paradigma del male e dell’illecito. L’associazione «ladro, disonesto, sudicio e pigro» che  abita nei campi affollati da roulotte, baracche, bambini chiassosi, adolescenti dedite all’elemosina e uomini sfaccendati, è dura a morire.  Nonostante ciò questa identità fortemente caratterizzata suscita da sempre sentimenti contradditori e opposti: da un lato repulsione, dall’altro una grande fascinazione sulla cultura europea e non solo.

ZiehGäuner Shooting Juni 2009Basta pensare alla musica di Liszt con le sue focose Danze ungheresi o agli abilissimi suonatori di violino, arpa, fisarmonica e cymbalum; ma anche alle visioni letterarie dello zingaro tutto passione e libertà. In particolare la figura della zingara, archetipo di una femminilità sfuggente-seducente e insieme incarnazione ambigua del binomio amore-morte così congeniale all’Occidente: la Zemfira di Puškin, la Carmen di Mérimée, l’Esmeralda di Hugo; non ultimi i suggestivi rom del regista Kusturica in un film di grande successo come lo è stato Gatto nero e gatto bianco o il bellissimo Gadjo dilo di Tony Gadlif, film incomprensibilmente poco valorizzato e dove l’animus gitano si esprime nelle sua massime forme di poeticità e fiera crudezza. E come scordare Jean “Django” Reinhardt, sublime chitarrista jazz belga di etnia sinti?

Nel saggio di Piasere scopriamo che il termine zingari rientra in un tipo di categoria che gli antropologi chiamano «polietica», vale a dire una categoria difficilmente catalogabile come conseguenza della sua mutevole precarietà. Anche le statistiche sono imprecise nel quantificare gli zingari presenti in Europa. Se solo alcuni anni fa si parlava di cinque milioni di individui, oggi si parla di dieci-quindici, stime tuttavia inesatte e spesso oggetto di contestazione o strumentalizzazione politica (Pensiamo soltanto al diritto al voto).

«Sono comunque a pieno titolo europei – mi spegò un funzionario presso la sede degli Affari Esteri a Bratislava, una delle tappe del mio viaggio nell’Europa dell’Est nel 2004 (che poi avrei raccontato in un libro) -, e come tali vanno considerati alla luce dei principi di salvaguardia e tutela dell’identità che è richiesta per tutte le culture che fanno la ricchezza del continente».

Al di là di ogni (pre)giudizio, varrebbe la pena di conoscere un po’ più da vicino queste comunità orgogliose di sé ma lungi dall’essere chiuse in se stesse. Dalle credenze ataviche al culto dei morti al concetto di pulizia – le roulotte di molti rom non hanno lavandini interni, ritenuti portatori di sporcizia – il loro stile di vita è in netto contrasto con le norme vigenti e tuttavia con delle regole ben precise. Un esempio per tutti a proposito dell’uso della televisione in una comunità di rom sloveni che ancora una volta rivela come ogni cosa sia sempre e soltanto una questione di punti di vista: «Ancora alla seconda generazione da quando era entrata nella roulotte – scrive il professo Piasere – l’ascolto dei programmi era selezionato e i contenuti oggetto di sistematica reinterpretazione comunitaria. Il telegiornale, in particolare, rappresentava agli occhi dei rom la finestra quotidiana su tutte le schifezze fatte da gagé, i non zingari, contribuendo a rinsaldare, per contrapposizione, la moralità del loro vivere».


* Conosciuti in Grecia come atsiganoi o atziganoi, nome di una setta eretica dedita alla magia dalla quale deriva l’italiano zingari, il tedesco Zigeuner, il francese tsiganes – secondo alcune versioni provengono dall’Egitto, pertanto vengono chiamati anche egiziani, da cui l’inglese gypsies o lo spagnolo gitanos – gli zingari abbandonarono il subcontinente indiano oltre mille anni fa, probabilmente in ondate successive, migrando progressivamente verso l’Europa attraverso Persia, Armenia e Turchia. Il termine zingaro tuttavia, espressione che esprime un sentimento di avversità, oggi viene sostituito con popolazioni Romaní o comunità Romanès, anche perché i Rom, Sinti, Kalé, Manouches, Romanichals, con i loro innumerevoli sottogruppi, utilizzano la lingua romaní o romanès che deriva dal sanscrito ed è strettamente imparentata con le lingue neo indiane come l’indi e il punjabi e arricchita dai prestiti delle popolazioni lungo il viaggio dall’India del Nord fino all’Occidente. Si è parlato infatti di romanès tedesco, romeno, inglese, italiano eccetera. «La prima testimonianza del romanès parlato in Italia »¸ scrive il professor Piasere – si trova in una commedia di Florido de Silvestris, pubblicata a Viterbo nel 1646, in cui vi sono degli zingari che, parlando tra loro, usano frasi incomprensibili al pubblico e non tradotte dall’autore.  La prima di esse è così trascritta: tagar de vel cauiglion cadia dise. Che tradotto vuol dire: “Signore Iddio, che sono giunto in questa città?”».

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