«Mia madre? Voglio la verità»

Parla la figlia di Anna Politkovskaja

Intervista apparsa su Elle, numero di Luglio 2009

Milan, spring 2009, Vera Politkovskaja with Marina Gersony. Photo credit: Chiara Barlassina
Milan, spring 2009, Vera Politkovskaja with Marina Gersony. Photo credit: Chiara Barlassina

By Marina Gersony

«Certo che ricordo quel giorno, lo ricordo spaventosamente bene, in ogni singolo dettaglio. Era il 7 ottobre del 2006. Quella mattina mi ero svegliata più tardi del solito, intorno alle 11.30. Ero incinta ed ero andata a vivere dalla mamma per via di alcuni lavori che stavano ultimando nel mio appartamento. Abbiamo fatto colazione insieme, chiacchierato del più e del meno e poi sono uscita per andare in clinica a fare dei controlli. È stata l’ultima volta che l’ho vista. Più tardi mi ha telefonato e io l’ho richiamata. Ci siamo rivolte le solite domande, niente di particolare. Poco dopo l’ho cercata ma lei non rispondeva. Allora l’ho richiamata e richiamata e richiamata. Alla fine ho telefonato a mio fratello e lui mi ha detto che stava andando a casa da lei. Mi ha richiamata e mi ha detto che l’avevano uccisa… ».

Con queste parole Vera ricorda l’assassinio di sua madre. Mentre racconta il suo volto non tradisce la minima emozione. Parla in modo lento e  distaccato, di chi non vuole lasciarsi prendere dall’emozione. Vera, 29 anni, e’ la figlia di Anna Politkovskaja, la giornalista scomoda della Novaya Gazeta assassinata nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Una morte violenta e terribile che ha fatto il giro del mondo: una pistola, quattro bossoli accanto al cadavere, un proiettile in testa. E molti misteri. La Politkovskaja – è storia nota – stava conducendo un’inchiesta sul regime filo-russo di Grozny e sulle torture inflitte ai guerriglieri ma anche ai civili in Cecenia; un’inchiesta che ha sferrato un duro colpo alla libertà di stampa nella Russia di Putin dove diversi giornalisti – troppi – sono stati uccisi. Anna visitava gli ospedali, i campi profughi, intervistava i militari russi e i civili ceceni. Nei suoi articoli non risparmiava critiche sull’operato delle forze russe e sui silenzi di alcuni ministri sostenuti da Mosca. Per questo suo impegno civile non piaceva al potere ma nemmeno a quella parte di popolazione indifferente alle verità di guerra, di sangue e di dolore.

Ai funerali della Politkovskaja ha partecipato una grande folla fra cui colleghi e semplici ammiratori. Nessun rappresentante del governo era presente. Le cronache di quei giorni testimoniano che la figlia non si reggeva in piedi e veniva sorretta dal padre.

Ho incontrato Vera a Milano in una bella giornata di tarda primavera: aria tersa, sole tiepido, ogni tanto qualche pigra folata di vento. Ci siamo sedute su una panchina nei pressi della Scala. Vera era venuta  nel capoluogo lombardo per l’inaugurazione di una lapide in onore della madre nel Giardino dei Giusti. Mi sono trovata di fronte una giovane donna sorridente e aggrazziata, sobria nell’abbigliamento, a tratti timida, ma anche determinata a ricordare le battaglie della sua straordinaria madre a cui tanto assomiglia. Una giornalista coraggiosa e assai più celebrata in Occidente rispetto alla Russia dove ancora oggi la sua memoria evoca timori e paure. Sono rimasta colpita dagli occhi azzurrissimi e fieri di Vera; occhi limpidi e privi di paura, rivelatori di passione civile ma soprattuto di amore per la verità e la giustizia. Una giustizia che per sua madre non è ancora arrivata. Inizia la nostra intervista.

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Immagine di Vincenzo Caico

Raccontami qualcosa di te e di tua madre.

«Sono nata a Mosca. Vengo da una famiglia di giornalisti. Mia madre lo era e mio padre lo è tutt’ora. Mia madre era nata a New York, figlia di diplomatici sovietici. In seguito è venuta in Russia e dopo qualche tempo ha chiesto il passaporto americano. Ne aveva il diritto essendo nata là. E così ha mantenuto il doppio pasaporto».

Ti fa male parlare di tua madre? (Sorride timida, abbassa gli occhi e un po’ si incupisce).

«Mi sono abituata a parlare della mamma negli ultimi due anni e non mi dispiace farlo. Va bene così».

È importante quello che stai facendo.

«Non sono la sola ad andare in giro per il mondo a parlare di mia madre. Ho un fratello maggiore che è molto più impegnato di me. Anche perché ero incinta del quarto mese quando hanno le hanno sparato. Pochi mesi dopo ho partorito la mia bambina. Mi sono dunque concentrata completamente sui bisogni della piccola, ma adesso ho ripreso ad occuparmi del caso di Anna». (Ogni tanto chiama sua madre «Anna», ndr).

Tuo marito ti aiuta? (Si schermisce).

«Non so a chi possa interessare la cosa. Io sono divorziata» (In un articolo apparso in un’edizione russa di Life si legge che il marito Askar, un kazaco, voleva che la figlia portasse il suo cognome ma che Vera non era d’accordo. Pare che questo sia stato il pretesto della separazione. Lui poi è tornato dalla prima moglie in Kazakistan, ndr).

Come si chiama la tua bambina? (Il volto si illumina).

«Anna. Lei è Anna».

Che giorno è nata?

«L’11 marzo del 2007. Ero incinta quando… Penso che la vita ti regala un bambino ma e’ anche capace di portarti via qualcuno che ti è… è meglio che lo dica in russo». (Durante l’intervista ci saranno momenti in cui chiede di poter rispondere alle domande in russo al posto dell’inglese, ndr).

Dillo in russo.

«C’è una filosofia della vita. Nel momento in cui la vita ti toglie qualcuno che amavi e che ti e’ sempre stato vicino ti fa nascere qualcuno di nuovo il cui bene diventa la cosa più importante».

Cosa vuoi ottenere per tua madre?

«Ci sono due obbiettivi. Quello di mio fratello è di fare in modo che il mondo non si dimentichi di nostra madre e di tutto ciò che ha fatto nella vita. Il secondo, il principale, è di far luce su quanto è accaduto. Noi vogliamo che la verità emerga. Ci battiamo per questo con tutte le nostre forze. Vogliamo scoprire la verità su questa morte, sapere cosa c’è dietro. Non abbiamo perso la fiducia».

Il governo russo vi ostacola in questa ricerca? Da quanto si apprende dai giornali l’impressione è che il potere non gradisca il vostro impegno.

«Non penso che possano fare qualcosa contro di noi o impedire di fare ciò che stiamo facendo perché tutto il mondo ci guarda, tutti ci chiedono dove sono andate a finire le prove, tutti vogliono sapere quello che ruota intorno a questo assassinio. No, non possono fare niente contro di noi».

Hai dei sospetti su chi è stato? (Il processo di Anna si è concluso con l’assoluzione degli imputati, ndr)

«Non ne voglio parlare. Se avessi delle prove in mano, se potessi dire che è stata questa o quella persona… Purtroppo non ho niente».

Attualmente che lavoro fai?

«La giornalista».

Che tipo di giornalismo?

«Temi vari, cultura, ecologia. Non parliamo pero’ di questo tema». (Sorride con la bocca, ma non con gli occhi, ndr).

Credi nella giustizia?

«Cosa intendi?»

Intendo se credi in una giustizia terrena.

«Sì, certo. Ma penso che sia una giustizia diversa da quella del governo e dei tribunali. È un altro tipo di giustizia, piu’ sottile, piu’ vera, piu’ umana. Mia madre e’ amata da molta persone».

Sei orgogliosa di lei?

«E come potrei non esserlo…»

Lo sai che le assomigli?

«Qualcuno sostiene che siamo identiche. Un giorno mia nonna materna ha visto una mia foto e ha realizzato solo dopo che ero io e non mia madre».

E tuo padre cosa fa?

«Continua a fare il giornalista. Era molto popolare negli anni Novanta. Dopo è entrato nell’ombra»

Che tipo di donna era tua madre?

«Tutti pensano che fosse una donna particolarmente forte e coraggiosa. In realta’ era una donna come tutte le altre, con problemi normali, come tutti. Era una donna femminile, a volte forte, a volte debole, una persona assolutamente normale».

Ti manca?

«Molto».

C’è la piccola Anna.

«Non è facile da spiegare. La mia bambina, mia madre, io, ce una connessione profonda fra di noi. Non è una speranza. È una certezza. Quando ero incinta, il giorno prima che… l’ultimo giorno…, parlavo con mia madre su quale nome avrei dovuto dare al mio bambino.  Allora non sapevo se sarebbe stato un maschio o o una femmina e poi a me piacevano molto i nomi maschili. In seguito, negli ultimi mesi della  mia gravidanza, ho capito subito che il nome della mia bambina sarebbe stato Anna. Non poteva che essere cosi’».

Com’e’ Anna?

«Bellissima».

Vera fa un respiro profondo, socchiude gli occhi e guarda lontano. Ed e’ come se sua mamma fosse li’, presente, ad ascoltare le parole cariche di amore di questa sua amatissima figlia.

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