Simonetta Agnello Hornby. Ritratto di una grande donna

QUESTO ARTICOLO È APPARSO SU «ELLE» NOVEMBRE 2011


Ho conosciuto Simonetta Agnello Hornby al Festivaletteratura di Mantova. Avevo concordato giorni prima un’intervista da realizzare al termine del suo incontro con il pubblico. Avvicinarmi è stata un’impresa. Era circondata da uno stuolo di persone, ognuna con un suo libro in mano, che premevano per un autografo, una dedica, o semplicemente per scambiare due parole. Nonostante la calca, sono riuscita a farmi strada tra la folla e qualificarmi. «Se ha un attimo di pazienza, sarò subito da lei», mi ha sorriso affabile. Così mi sono messa ad osservarla mentre rispondeva con garbo ad ogni singola persona. Per ognuna aveva un frase, un gesto o una parola speciale. Nessuna ostentazione, di cui a volte, ahimè, sono affetti certi autori affermati. Forse perché Simonetta ha esordito come scrittrice soltanto nel 2002, dopo una vita di battaglie nel sociale, tanto che il successo fulmineo non le ha montato la testa. (Il romanzo d’esordio La Mennulara, è un bestseller tradotto in dodici lingue e ha ricevuto prestigiosi premi).

Pragmatica, piedi per terra, una notevole carica umana, ha saputo conciliare famiglia, lavoro e passione, cosa non da poco in un mondo in cui le donne ancora faticano a farsi strada. Moglie, madre di due figli e oggi nonna felice, prima di diventare scrittrice si è dedicata anima e corpo alla sua carriera di avvocato minorile e di giudice.

Occhi cangianti, sorriso intrigante, ha un volto bello, fiero e insieme antico. Mi è subito simpatica. Ho percepito fin dall’inizio di avere di fronte una donna fuori dal comune che ha inciso con la sua forte personalità sulla realtà che la circonda. Cisiamo accomodate in un piccolo chiosco immerso nel verde e, nel corso della nostra conversazione, sono emersi frammenti della sua vita piena ed intensa, in parte raccontata nel suo ultimo e delizioso libro Un filo d’olio (Sellerio), infarcito di intraducibili (e meravigliosi) termini siciliani: «Quando penso in siciliano, non voglio fare lo sforzo di trasformare la parola siciliana in quella italiana»). Il risultato è una narrazione viva e “aromatica”, tra ricette, aneddoti e ricordi di quand’era una bambina cresciuta in una famiglia dell’aristocrazia terriera degli anni Cinquanta. (La salvietta la chiama «mappina» e poi ancora il «cato d’acqua», «la burnia», «la rispustiera», «lu sbummicari», «lu murmuriari» e così via).

Partiamo dalla sua infanzia…

Sono nata a Palermo e ho vissuto con la mia famiglia ad Agrigento fino al 1958. Non sono andata a scuola fino alle medie, sono stata educata privatamente a casa. Al contrario di mia sorella Chiara, non avevo amici. Ho avuto un’infanzia solitaria ma non infelice. C’era l’affetto della mamma, quello del papà a intermittenza e poi c’erano i  cugini.

Un’infanzia dorata.

Direi che è stata un’infanzia “feudale”. Frequentavamo la nobiltà palermitana e la buona società girgentana. Avevamo una bambinaia ungherese, c’era la servitù, i contadini, era una vita scandita da ritmi precisi: l’inverno ad Agrigento e poi le lunghe estati a “Mosè”, la campagna poco distante acquistata nei primi dell’Ottocento dal mio bisnonno per costruirvi una casa di villeggiatura accanto alla originaria fattoria. È una casa che ha resistito alle guerre ed a pochi passi dai templi dorici di Akragas. Ci trasferivamo lì, con tutta la servitù, da giugno a ottobre. Partiva prima l’autista con la Jeep per trasportare le masserizie e dopo noi con una Lancia 1700 guidata da mio padre, una delle poche macchine esistenti in Agrigento.

Che tipo di famiglia era la sua?

Mamma proveniva da una famiglia nobiliare di Agrigento. Era una donna colta e bilingue, parlava francese e italiano. Papà, il Barone Francesco Agnello, era di origine pisana. Un suo avo, Giovanni Dell’Agnello, era stato doge di Pisa e di Lucca e fu esiliato in Sicilia nel Trecento. Papà era consapevole delle sue radici toscane ma ci teneva molto alla mia identità siciliana. Ho vissuto un misto di cultura siciliana ed europea. Sono diversa, ma senza sofferenza.   

E in seguito?

Ho frequentato la scuola pubblica, dove c’era di tutto. Ho conosciute ragazze poverissime, immigrate, figlie di prostitute. Ero la figlia del Barone e la cosa non passava inosservata. Hanno avuto del coraggio i miei genitori! Ma è stata un’esperienza formativa. In seguito, a 17 anni, sono andata a Cambridge per imparare l’inglese. Ho ultimato i miei studi universitari nel 1967 (dottorato in Giurisprudenza, ndr), ho vissuto in Usa, in Zambia e in Inghilterra, dove ho conosciuto mio marito di cinque anni maggiore. Nel 1972 sono diventata presidente del Tribunale di Special Educational Needs and Disability, ho insegnato diritto dei minori all’università di Leicester e infine ho fondato uno studio legale nel quartiere londinese di Brixton.. Lo studio “Hornby e Levy” che si occupa prevalentemente di diritto di famiglia, dei minori e di comunità immigrate musulmane e nere.

In cosa consiste il vostro lavoro?

Per primi abbiamo istituito in Inghilterra una sezione speciale per donne vittime di violenza domestica. Per esempio, una donna molestata era abbandonata a se stessa. Abbiamo messo in piedi un’organizzazione capillare per seguire e risolvere caso per caso, in ogni dettaglio e in tempi velocissimi. Questa è la cosa più importante che ho fatto nella mia vita, molto di più dei libri che ho scritto.

Lei si è laureata in Inghilterra negli anni Sessanta. Avrebbe potuto farlo se fosse rimasta in Sicilia?

E perché no? Ad Agrigento, per esempio, c’era un grande avvocato penalista, tra l’altro anche una bella donna. Approfittava degli spostamenti in macchina tra una causa e l’altra per sferruzzare i vestitini di suo figlio. Semmai c’erano maggiori ostacoli al Nord o nel resto d’Italia. Mio padre mi diceva sempre che dovevamo lavorare, e noi figlie lo ascoltavamo. In casa Agnello nessuno aveva mai lavorato, erano ricchi. Io fui la prima donna in famiglia a svolgere una professione e papà era contento. Per il resto ascoltavamo più la mamma, era lei la vera potenza di casa

Si dice che le donne siciliane siano particolarmente forti.  C’è il proverbio «A fìmmina fà, o disfà, la casa»… Per la serie, è la buona moglie che fa il buon marito…

Sì, le donne siciliane sono effettivamente forti. Mamma lo era in tutti i sensi, una donna splendida e molto presente nella nostra vita. Papà si occupava poco di noi, era convinto che l’aristocrazia siciliana fosse destinata ad estinguersi insieme ad una buona parte della cultura contadina. Riteneva inoltre che il mondo fosse già sufficientemente affollato. Per questo motivo ci esortava a non mettere al mondo dei bambini. Quando poi è diventato nonno adorava i miei figli, senza cambiare tuttavia idea.

Perché ha aggiunto al suo cognome di ragazza quello di suo marito?

Questione di praticità. Ero a Boston, dovevo prenotare il parrucchiere, non capivano lo spelling, quindi, per semplificare, ho tagliato corto. Ho detto “Hornby” e così è rimasto. Non do molto peso ai cognomi.

Quando ha deciso di diventare scrittrice?

In modo del tutto casuale. Un giorno di settembre del 2000 mitrovavo all’aeroporto di Fiumicino e l’aereo per Londra era in ritardo. Durante l’attesa, improvvisamente, ho avuto una sorta di visione e mi sono immaginata una storia che poi sarebbe diventata il mio primo romanzo, La Menullara.

E adesso come fa a conciliare la scrittrice, il giudice e l’avvocato?

Mi sono dimessa come giudice tre anni fa e il 7 settembre scorso ho svolto la mia ultima causa come avvocato. È stata una decisione molto dolorosa, ma dopo una certa età la presenza mentale non è piùla stessa. Ognicosa a suo tempo e bisogna riconoscere i propri limiti.

Me lo lasci dire, lei sprizza energia da tutti i pori, non me la vedo a casa a fare la nonna…

Fare la nonna mi piace molto e adoro i miei nipoti. Ma mi rimane un sogno da realizzare che mi è difficile da spiegare agli italiani. In Inghilterra è in aumento la gente povera affidata ai servizi sociali, senza famiglia alle spalle, senza cultura, spesso analfabeta. È gente che non sa tenere una casa, non sa cucinare, si nutre di cibo spazzatura e si ammala. Moltissimi sono gli obesi. È una sub-umanità  che vive a livello animale e ai margini della società. La maggior parte di loro è bianca. Ecco, basta dare loro un po’ di rispetto e di attenzione che rifioriscono come piante. Vorrei insegnare loro a vivere con dignità. Per me non c’è altro modo per affrontare questa piaga sociale. A questo progetto ci penso da più di vent’anni.

Abbandonerà la scrittura?

No, scrivere mi piace e poi i miei libri possono servire ad attirare degli investimenti per questo mio progetto che non vorrei rimanesse un sogno.

Perché ha scelto di parlare di cibo e di ricette nel suo ultimo libro?

L’ho scritto nella prefazione: da anni desideravo trascrivere le ricette dei dolci di nonna Maria, annotate da lei in un quadernetto. Pensavo di scriverlo a quattro mani con mia sorella Chiara. L’idea era di far rivivere la cultura della tavola di casa nostra attraverso le sue ricette, fotografie d’epoca e alcune pagine «narrative» per le quali avrei attinto ai nostri ricordi e ai racconti di mamma.

Si sente a casa più a Londra o in Sicilia?

Casa mia è Londra, però se esiste un simbolo è il Monte Pellegrino, il promontorio di Palermo. Quando lo vedo mi si allarga il cuore.  

 

4 commenti su “Simonetta Agnello Hornby. Ritratto di una grande donna”

  1. gabriella orrei

    Cara Simonetta,
    mi permetto di chiamarla così perchè, avendo letto tutti i suoi libri, la condidero a me vicina. In questo momento sto divorando l’ultima sua creatura in ordine di tempo, “La cucina del buon gusto” e questo libro, insieme a “Un filo d’olio” mi riversa un flusso di ricordi intensi. Anch’io come lei sono siciliana fin nel più profondo ma, abitando a roma da più di un quarantennio, vedo la mia Sicilia, la mia Palermo, la mia Sambuca con un sentimento di struggente malinconia.
    La ringrazio di avermi fatto trovare un’amica con cui condividere o miei stessi sentimenti.
    Gabriella Orrei
    PS. Anche noi avevamo l’abitudine di andare a mangiare nei primi anni ’60 il pesce da Spanò e solo oggi ho scopetrto che lo hanno demolito! Sob!

  2. oggi ho letto casualmente il suo nome su un giornale e dato che ho gia’ letto tutti i suoi libri mi e’ venuta voglia di curiosare sul web se ce ne sono altri che non ho avuto il piacere di leggere. Grazie di avere scritto tutto quello che ha gia’ fatto ma adesso siamo in attesa di qualcosa di nuovo e lo aspettiamo con ansia. Arrivederci

  3. Marina Gersony

    Gentile Claudia , come ho scritto anche a Gabriella e a diversi lettori del mio sito, vi ringrazio tutti per i vostri commenti. Non so se Simonetta Agnello Hornby avrà occasione di leggerli su questo blog, ma sono certa che li apprezzerebbe. Un cordiale saluto, Marina Gersony

  4. Marina Gersony

    Gentile Gabriella, non so se Simonetta Agnello Hornby avrà occasione di leggere il suo post, le assicuro però, che in occasione dell’intervista per “Elle”, ho avuto modo di conoscere non soltanto la grande scrittrice – bensì anche la donna straordinaria che Simonetta a tutti gli effetti è. Una persona davvero speciale! Un cordiale saluto, Marina Gersony

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