Broken Dolls – Bambole spezzate – L’incredibile storia di Iana Matei

... da perderci la testa.
L’ARTICOLO ORIGINALE SU “ELLE” NR. DI NOVEMBRE IN EDICOLA

«Constanta, 26 anni, veniva sfruttata in Germania dal suo stesso padre, che la malmenava quasi tutti i giorni. Coperta di ecchimosi da capo a piedi, il polso rotto e le braccia fratturate in più punti, prima di poter venire a stare da noi ha dovuto trascorrere parecchi giorni in ospedale. Le hanno diagnosticato una sindrome schizofrenica. Violeta, una graziosa biondina dalla pelle diafana di 17 anni, è morta di cancro al collo dell’utero, conseguenza dei rapporti sessuali precoci e dei troppi partner. Una macedone di 15 anni, è stata gravemente ferita durante una retata di polizia nel bordello dove lavorava. Il trafficante ha sparato dei colpi, la polizia ha risposto. Intrappolata nel fuoco incrociato, si è beccata una pallottola che le ha attraversato la gamba per poi andarsi a conficcare nella vagina. I medici hanno dovuto ricostruirle l’apparato genitale. Ionela, 15 anni, per sfuggire ai litigi dei genitori, è scappata di casa per finire nelle grinfie di una ruffiana. Spedita in Turchia, picchiata e minacciata, i suoi aguzzini l’hanno costretta a prostituirsi con degli sconosciuti. La giovane ha tentato il suicidio. È stato l’inizio di un’odissea dell’orrore».

Sono in sintesi alcune delle sconvolgenti storie raccontate da Iana Matei nel libro-choc che s’intitola Minorenni in vendita (Corbaccio) .

Avvocato e psicologa rumena, l’autrice descrive la sua battaglia in prima persona – e a scapito della propria incolumità -, per combattere una piaga equivalente «a uno stupro organizzato, qui, da noi, nel ventunesimo secolo». Poco più che cinquantenne, si prodiga per salvare le ragazze che vengono comprate e rivendute come schiave sessuali, o meglio, come pezzi di carne. Lei le chiama «bambole spezzate», bambine «che sono state rotte dall’interno». Da sola ha creato, senza sovvenzioni statali, un’associazione in Romania in un luogo al riparo dalla malavita che raccoglie le giovani vittime di questo traffico odioso con ramificazioni in tutto il mondo: «Mariana l’ho strappata ai suoi persecutori che l’avevano comprata e costretta a prostituirsi. Ogni anno dall’Europa dell’Est si riversano migliaia di ragazze come lei sui marciapiedi di Madrid, Roma, Parigi e Amsterdam».

Sofia - Nice …y la tierra llora / Feliz Navidad!


L’interesse di Iana per queste ragazze è iniziato in Romania nel 1990 in modo un po’ insolito e casuale. Del resto la sua stessa vita è piuttosto complicata. Dopo l’esecuzione di Ceausescu, si era formato un governo provvisorio avversato pacificamente da alcuni manifestanti, tra cui la Matei. Ricercata dalla polizia, decise di scappare e raggiungere la Serbia camminando da sola e di notte nei boschi e lungo il fiume (Già soltanto questa avventura merita un romanzo, ndr). Iana aveva lasciato il figlio Stefan in custodia alla madre e, dopo alcune vicende rocambolesche, tra cui il divorzio da un marito alcolista, riuscì a ricongiungersi al bambino ed emigrare in Australia dove si inventò una vita da capo: imparò l’inglese, trovò un lavoro e si laureò in psicologia. Anche perché gli studi conseguiti in Romania (pittura murale, ndr), non davano di certo da mangiare. Fu lì che iniziò a lavorare con i bambini di strada creando un’associazione ben strutturata e in grado di procedere anche senza di lei. Infatti, quando tornò in Romania insieme al figlio per una vacanza, decise di restare. Aveva scoperto che nel suo Paese erano moltissimi i bambini orfani o abbandonati che vivevano una realtà ben più drammatica rispetto a quella australiana. Era lì che serviva il suo aiuto.

«Un giorno mi chiamò la polizia che era al corrente del mio lavoro con i ragazzi. Mi dissero che c’erano tre prostitute e non sapevano dove mandarle. Fui sconvolta quando le vidi. Erano minorenni, 14, 15, 16 anni, spaventate a morte, infreddolite, affamate e rannicchiate sulle sedie. Erano state vendute come bestiame e costrette a prostituirsi. Una di loro era incinta, probabilmente il regalo di un camionista. Avevano visi troppo truccati, rigati di lacrime e mascara».

L'effet Marionnetiste


Iana decise di farsi carico di queste ragazze e da quel momento iniziò la sua battaglia per salvarle da un destino feroce. Le ospitò in casa e poi via via ne arrivarono altre e altre ancora in uno stato penoso. «Non sapevano fare niente, né cucinare, né mandare avanti una casa, alcune erano incinta. Erano bambine perse». Prese un appartamento a Pitesti, nella regione storica della Muntenia, e fondò la Reaching Out Romania, la prima associazione a offrire rifugio, protezione e assistenza medica. In seguito, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) chiese il suo aiuto per altre ragazze dell’area balcanica e la sua casa-rifugio diventò un punto di riferimento per tutte loro. Non era facile trovare i finanziamenti, ma non si fermò neppure davanti a questo ostacolo, solo uno dei tanti. «Tutto era un problema. Bastava poco a gettarle nel panico. Erano terrorizzate di rincontrare i loro carcerieri. Anche la convivenza tra di loro non era sempre rose e fiori. Erano pur sempre delle adolescenti! Bisticciavano per un nonnulla e mal sopportavano l’autorità. Bisognava insegnare loro tutto. Pur non essendo la loro madre, cercavo di trattarle come se fossero figlie mie, con tutto l’amore che era loro mancato, ma anche con molta fermezza, in modo che imparassero a diventare autonome e a vivere in società. Non avevo più un minuto per mio figlio e per me».

Ma chi sono queste schiave moderne? Quali sono le loro storie? Spesso minorenni, alcune provengono da famiglie agiate e istruite, anche la maggior parte è povera e incolta. Tutte hanno alle spalle contesti familiari disastrosi: divorzi conflittuali, genitori alcolisti, violenti, incestuosi e criminali. Questa fragilità le rende più esposte ai brutti incontri che le porta a dare fiducia al primo tizio che incontrano che si finge interessato a loro. Può succedere a chiunque, come sostiene la Matei. Mentre la società fa finta di non vedere.

La vetrina delle bambole

«Sono sradicate, torturate, psicologicamente spezzate, picchiate, violentate e poi sessualmente asservite – dice disgustata Iana – L’idea che qualcuno possa decidere il prezzo di una vita ed esportare queste ragazze come se fossero un qualunque tipo di altra merce mi indigna profondamente». A volte vengono vendute dagli stessi genitori. Alcune sono attratte in paesi stranieri con promesse di lavoro o di matrimonio. Una volta espatriate, sono vendute a delle bande criminali e rinchiuse in bordelli o costrette a lavorare per le strade. Capitano anche situazioni da incubo: imprigionate in un edificio abbandonato nella periferia di qualche città, impossibilitate a fuggire e a lamentarsi con i clienti per paura di rappresaglie, sono consapevoli che nessuno sentirà mai le loro grida disperate.

I numeri parlano chiaro: «una piccola rumena» costa 800 euro per uscire dalla Romania e può essere acquistata fino a 30mila euro nel paese di destinazione in fondo alla catena della rivendita. Farla quindi passare dalla frontiera assicura ai trafficanti un profitto del 150 per cento. «Oggi il traffico di donne e bambini rende di più di quello delle armi e della droga – spiega Iana -. A differenza di un’arma, infatti, una ragazza si può vendere più volte». In pratica, il 100% dei suoi guadagni finisce dritto nelle tasche del suo protettore.

Il fenomeno è cominciato nel 1990, con la caduta di Ceausescu e dei regimi comunisti nei Paesi dell’Est. Trafficanti di ogni risma hanno approfittato delle guerre balcaniche per lanciarsi nel commercio del sesso che poteva ormai contare su reti estremamente organizzate. Ragazze provenienti da Macedonia, Lituania, Russia, Bulgaria e Romania hanno cominciato a sbarcare un po’ dappertutto nell’Europa occidentale, nascoste nei bagagliai delle macchine o ammucchiate sui camion o a bordo di gommoni. L’Italia è la seconda destinazione più apprezzata dai trafficanti dopo la Spagna. Niente a che vedere con le escort di lusso di cui le cronache nostrane si sono ampiamente occupate in questi mesi: «Per lo più le rumene vendono il proprio corpo in auto, in loschi bar o tra le lenzuola di hotel pulciosi – precisa Iana -. Vere e proprie operaie del sistema, lavorano alla catena di montaggio, infilando sette, otto, nove, addirittura dieci clienti a sera. In media il costo è di 30 euro per una marchetta rapida, di 50 per una prestazione di mezz’ora e di 100 euro se tutto avviene in albergo».

Le testimonianze di alcune ragazze raccolte da Iana sono da raccapriccio: «Mi hanno parlato di un lavoro in Serbia. Mi sono fidata di un tipo che mi ha fatto passare il confine insieme ad altre ragazze… A volte ne prendevano cinque o sei di noi e le costringevano a salire su una pedana davanti a compratori che facevano la loro scelta e proponevano il prezzo». Un’altra ragazza racconta piangendo: «Il trafficante ci minacciava continuamente di morte: “Di baldracche come voi ne ho sotterrate già sette nel cortile, e non avrei problemi a seppellirne un’ottava”. Un giorno ne ammazzò una davanti a noi: le ficcò una pallottola in testa perché aveva minacciato di suicidarsi, cosa che aveva fatto scappare il cliente. Poco dopo ne freddò un’altra perché era malata».

I problemi per debellare sono moltissimi. La corruzione esiste anche tra le forze dell’ordine; le strutture che accolgono le vittime in Romania – così come in Europa – sono poche e marginali; i poliziotti e i funzionari pubblici non sono abbastanza formati per distinguere una prostituta tradizionale da una vittima del traffico sessuale e, nonostante le leggi sempre più repressive, i criminali la fanno troppo spesso franca. «Quando gli sfruttatori vengono catturati, le pene sono il più delle volte ridicole. C’è qualcosa che non funziona»

Fino ad oggi Iana ha salvate 420 donne e ragazze, alcune un’enormità considerati i rischi connessi ad ogni salvataggio. In alcuni casi, quando ad intervenire non era la polizia o le agenzie di rimpatrio da altri Paesi,  si è recata di persona per liberare le vittime tenute in prigionia dai loro carnefici. Non ha paura? Sorride: «Me lo chiedono spesso. Certo che ne ho. Non sono superwoman. Ma sono consapevole di quello che faccio e i rischi che corro. So però anche che ne vale la pena. E poi (ride per sdrammatizzare, ndr), io sono più furba dei trafficanti».

Le chiediamo cosa ne è delle ragazze dopo il recupero: «L’85 per cento conduce una vita normale, anche se non è affatto facile – osserva con orgoglio -. Qualcuna si sposa, altre hanno figli. Hanno imparato ad affrontare i problemi, hanno trovato un lavoro e sono sempre in contatto con noi. Ci fanno gli auguri a Natale o durante le ricorrenze. In genere io sono al corrente di quello che fanno». Per il futuro Iana ha due progetti: uno per aiutare i bambini di strada che sono in fortissimo aumento e un secondo progetto per formare del personale adeguato ad affrontare queste situazioni: «È fondamentale la cooperazione internazionale. Per contrastare questi fenomeni sempre più globalizzati occorre lavorare insieme».

Attualmente Iana collabora con molte organizzazioni internazionali mentre continua a seguire e a sostenere le ragazze per fare sì che i colpevoli paghino: «Ci sono ragazze che denunciano i loro carnefici. Il più delle volte devono fare i conti con avvocati pagati profumatamente dai trafficanti e subire  pressioni e minacce per ritirare la denuncia. Hanno un coraggio incredibile e le ammiro moltissimo».

Nel 2006 Iana Matei è stata proclamata «Eroina dell’anno» dal Dipartimento di Stato americano e, l’anno successivo, le è stato attribuito il premio britannico «The Abolitionist Award» consegnatole dalla Camera dei Lord. Una Giusta tra i Giusti dei nostri tempi.

Creative Commons License photo credit della foto dellea bambola in alto: Funky64 (www.lucarossato.com)
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Per articolo leggi anche: http://www.flickr.com/photos/nwardez/he: http://www.elle.it/Sorelle-Italia/iana-matei-libro-minorenni-in-vendita

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