Slavoj Žižek e vivere alla la fine dei tempi

 

Personaggio complesso e controverso, ossessionato da se stesso e dalla sua intelligenza bulimica e mai scontata («Non sono un anticapitalista a priori né tantomeno, come mi dipingono, un nostalgico»), nonché citato come il possibile “filosofo della terza via”, è noto per le sue tesi radicali e la sua personale Weltanschauung che fluttua – disomogenea ma a suo modo coerente nelle contraddizioni – tra caos, aneddoti, paradossi e provocazioni. Argomenti mai banali, al massimo discutibili, con un linguaggio che alterna alto-basso e spazia, zigzagando, da Platone a Paris Hilton, dal cinema hollywoodiano alla psicoanalisi lacaniana, passando per Marx, Heiddeger, Lenin e ideologia post-ideologica.

Il suo ultimo libro, Vivere alla fine dei tempi, edito da Ponte alle Grazie, è un’opera fluviale ricca di intuizioni e spunti che si alternano tra schiaffi e carezze per indagare una modernità da lui mai condannata a priori: oltre 600 pagine balcanicamente kusturicane che sezionano il cadavere-mondo «giunto al capolinea».

Scrive l’intellettuale che impazza su Fb e su Youtube: «La premessa di questo libro è semplice: il sistema capitalista globale si sta avvicinando a un apocalittico punto zero. I suoi “quattro cavalieri dell’apocalisse” comprendono la crisi ecologica, le conseguenze della rivoluzione biogenetica, gli equilibri interni al sistema stesso (problemi con la proprietà intellettuale; imminenti lotte per le materie prime, cibo e acqua) e la crescita esplosiva delle divisioni ed esclusioni sociali».

E allora come uscire da questo impasse, da questa situazione di stallo che annuncia tempi funesti? ( Si presume esclusi i “BRICS” e pochi altri come Germania e Francia…). La formula per scongiurare l’Apocalisse, suggerisce l’intellettuale sloveno per nulla pessimista, esiste e non è neppure complicata, sempre che il lettore propenso alla rivoluzione riesca a districarsi tra le pagine gustose e stordenti di questo sua ultima opera-bouillabaisse.

Stop dunque al pensiero debole e avanti con rigore, sacrificio e disciplina per dare delle risposte universali alle grandi questione contemporanee. Si tratta, sostiene Žižek, di prendere atto che stiamo vivendo un lutto, ossia la morte di un sistema degenerato tra turboeconomie allegro-(s)creative, laissez faire, mala gestione della libertà e cattiva interpretazione della democrazia (l’equivoco nel nostro modo di accogliere o subire le retoriche della democrazia). Il lutto va dunque elaborato consapevolmente attraverso il classico e “collaudato” modello psicoanalitico, passando le cinque fasi della negazione (in questo caso ideologica), la rabbia, la contrattazione (con il ritorno della critica dell’economia politica), la depressione (passaggio obbligatorio) e infine l’accettazione. In questo modo, teorizza la philostar, potremo superare la crisi e uscire da questo mood malinconico e turbato. Come affrontare il tutto? In modo concreto, sostiene, cioè con una mobilitazione comune per escogitare delle soluzioni verso un nuovo inizio: «Dobbiamo pensare veramente a come funziona l’autorità: abbiamo sempre più bisogno di gente che pensa, di veri intellettuali che si pongano domande più riflessive». Come dire, oggi i filosofi sono merce rara e sempre più necessaria per riflettere su temi che lo sfibrato dibattito odierno cerca caparbiamente di evitare.

Troppo complicato? Raffinata retorica di cui oggi meno che mai si sente il bisogno? Forse sì, forse no. Di fatto il viaggio verso la rinascita deve passare attraverso una rielaborazione del passato che, per l’autore, (in)consapevolmente, parte dalle sue radici esteuropee e dalla storia recente, ossia dal ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino che avrebbe dovuto costituire un momento nodale di riflessione.

IL RESTO DELL’INTERVISTA LO POTETE LEGGERE SU EAST (NR. 37) IN EDICOLA QUESTO MESE

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