Il racconto in occasione del Giorno della Memoria: “La Lettrice dell’Olocausto”

Autographing
Creative Commons License photo credit: Ludwik

In occasione del Giorno della Memoria ripropongo un racconto (riaggiornato) che avevo scritto un anno fa.

«Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie». «To write poetry after Auschwitz is barbaric». «Escribir poesía después de Auschwitz es un acto de barbarie». «Après Auschwitz, écrire de la poésie est barbare».«Nach Auschwitz, ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch». (Theodor Adorno).

LA LETTRICE DELL’OLOCAUSTO

Un racconto di Marina Gersony

Esther-Santina Hirsch era pensierosa. Ormai era giunta alla soglia dei cinquanta e anche quell’anno le avevano chiesto di scrivere un pezzo sulla Shoah in occasione del Giorno della Memoria. Quando si trattava di scrivere di questioni ebraiche, ma anche di stermini, guerre etniche e di immigrati, lo chiedevano sempre a lei per una sorta di automatismo. Lo chiedevano a lei perché non si tirava mai indietro e poi perché erano argomenti di cui si occupava da anni e da anni ne scriveva sui giornali, ne parlava alle conferenze in giro per il mondo, alla radio e in tivù.  A volte le capitava di camminare per i corridoi della redazione e sentirsi inseguita dallo sguardo beffardo di qualche collega. Una volta addirittura sentì una cronista di nera bisbigliare a un inviato dello sport davanti alla macchinetta del caffè: «Toh, guardala l’“Esperta della Shoah”, la “Regina degli immigrati”, la “Novella Robin Hood”, ma cosa le importa? Il mondo va avanti…», per poi passare ad altro scuotendo la testa. Ma lei dei commenti degli altri non se n’era mai curata. Era una di quelle persone che vanno dritte per la loro strada.

Fin da bambina erano molte le cose su cui Esther-Santina si interrogava e alle quali non riusciva a dare risposta. Le piaceva il Bene, non le piaceva il Male. Perché il leone mangia la gazzella?, domandava tremante alla nonna che le raccontava le terribili fiabe dei fratelli Grimm? Perché Max und Moritz, i tremendissimi monelli di Wilhelm Busch, erano stati macinati e infine dati in pasto alle oche?, si chiedeva smarrita. Certo, quei due gemellacci erano dei delinquenti, delle canaglie, ma non si poteva metterli in carcere a vita invece di trasformarli in popcorn per dei pennuti? Magari con l’ergastolo avrebbero potuto redimersi. Esther-Santina andava avanti a interrogarsi su un mondo cosí strano e difficile da capire. Perché la gente si ammazzava? Perché c’erano le guerre? Perché? Capire, comprendere, era diventata per lei un’urgenza. Fu così che decise che avrebbe dedicato la sua vita alla ricerca della verità, che a suo avviso doveva essere per forza collegata a un concetto di buona fede e di sincerità. All’epoca ignorava che la verità possiede infiniti volti, e che di volta in volta, secondo le persone o le circostanze, può assumere sembianze diverse, soggettive, relative, oggettive o assolute…

L’interesse di Esther-Santina per lo stermino degli ebrei iniziò quando un giorno di febbraio, erano gli anni Settanta, suo padre Moses convocò lei, i due fratelli e le tre sorelle per un discorsetto breve ma memorabile. «Ragazzi – esordì solenne -, ormai siete grandi abbastanza quindi ritengo utile che leggiate questi due libri. Poi ne parleremo insieme». Il Dottor Moses Hirsch, un uomo saggio, buono e colto,  consegnò nelle mani del sedicenne Zvi, il maggiore dei suoi figli, Se questo è un uomo di Primo Levi e Tu passerai per il camino di Vincenzo Pappalettera. Esther-Santina, la terzogenita, aveva forse nove o dieci anni anni e quel giorno se lo ricorda come fosse oggi. Quella convocazione del padre li aveva tutti sorpresi.

I sei ragazzi si precipitarono eccitati nella stanza dei giochi facendo un gran baccano e strappandosi i volumi di mano.  Ansimanti si accovacciarono per terra uno accanto all’altro mentre Zvi, dandosi un tono da primogenito, aprì la prima pagina di Se questo è un uomo. Toby,  il più piccino di tre anni, si arrotolò i ricciolini biondi con la mano sinistra, si mise a succhiare il pollice destro con energia sgranando gli occhioni  per l’inconsueta novità. Zvi iniziò a leggere ad alta voce scandendo le parole. Lesse tutto il pomeriggio, lesse la sera dopo cena, lesse il pomeriggio seguente, lesse la sera dopo e la sera dopo ancora. Per i ragazzi della famiglia Hirsch la vita da quel momento non fu più la stessa di prima. Perfino per il piccolo Toby che non aveva capito nulla, da quel giorno pretese che qualcuno dei famigliari gli leggesse almeno una storia al giorno. «Io voio stolia piccola, io!», farfugliò nel suo tipico gergo “tobysh”.

Gli anni passavano, Esther-Santina si laureò in Lettere e Filosofia e diventò giornalista. Dopo un paio d’anni in cronaca e agli interni, riuscì a farsi spostare nella redazione cultura.  Fu così che iniziò a scrivere di arte, letteratura, saggistica e narrativa. Ci fu il periodo in cui i occupò di storia, tra cui l’ascesa del nazismo, la Seconda guerra mondiale, la persecuzione degli ebrei e l’Olocausto. Iniziò ad andare alla ricerca di tutto quello che era stato pubblicato sull’argomento. Setacciò gli archivi, guardò i film, contattò gli editori, si mise a spulciare gli elenchi dei bollettini editoriali e correva dai suoi capi in redazione a proporre articoli sul tema. Tutto questo prima che fosse istituito per legge il Giorno della Memoria dal Parlamento italiano.

Esther-Santina andò in Israele allo Yad Vashem un paio di volte. Trascorreva ore e ore ad aggirarsi in quelle sale interrogandosi sul perchè di tutto quello scempio. Ad Auschwitz no, là non aveva mai trovato il coraggio di andare. Coglieva ad ogni modo ogni occasione per parlare con quella parte della sua famiglia sopravvissuta, intere giornate a farsi raccontare la speranza, la fuga, la sopravvivenza. Parlava con la nonna Ruth, con suo padre Moses, con la zia Rachel. Ma anche con i suoi amici ebrei che in modo diretto o indiretto erano stati toccati dalla tragedia. La loro sorte la sentiva sua, le loro emozioni le erano affini, così come le loro sensazioni, i loro silenzi, le dolorose omissioni. Le loro vicissitudini – o semplicemente i loro sentimenti – per chissà quale meccanismo misterioso la coinvolgevano di più rispetto a quelli della famiglia di sua madre Lisa dalle radici italiane e cattoliche, una famiglia altrettanto amata e rispettata ma di cui avvertiva meno l’urgenza di indagarne la storia. In seguito avrebbe maturato un profondo interesse anche per quel ramo materno momentaneamente ignorato.

Quando pensava a suo padre Moses e alla sua famiglia paterna, Esther-Santina si sentiva la discendente diretta di chi aveva perso la vita nei Lager o di chi era riuscito a scappare lasciandosi beni e sicurezze alle spalle per sfuggire dalla furia nazista e stabilizzarsi in altri luoghi. Pensava a suo nonno Abraham, allo zio Isidor, al cugino Grisha, sentiva il dovere di trasmettere per quanto le era possibile, con gli strumenti che aveva a disposizione, quelle che erano state le loro tristi e tragiche esperienze.  Era un compito, una responsabilità che Esther-Santina aveva sempre avvertito con chiarezza, da quel giorno che suo padre Moses diede in mano a lei e ai suoi fratelli il libro di Primo Levi.  Fu così che si mise  a ricostruire con fatica ed emozione la storia della famiglia di Moses Hirsch. In fondo, pensò Esther-Santina, tutti noi siamo alla ricerca delle nostre radici, vogliamo sapere chi siamo, da dove veniamo. E intanto canticchiava «We are only the ones we love» di Tanita Tikaram, una canzone che la faceva sempre stare bene e che le dava un senso di appartenenza.

Per farla breve, Esther-Santina si sentiva la figlia di scampati e sopravvissuti; di coloro che – per chissà quale benevolo sguardo del destino –  non sono finiti là ma sono rimasti qui. Motivo anche per cui era nata e che la portava a riflettere su come vanno le cose del mondo. Erano dunque queste sostanzialmente le motivazioni che l’avevano spinta a scrivere della Shoah. Voleva conoscere quell’altra parte di sé, quella paterna, più misteriosa e insondabile; una storia di antiche erranze, di esodi e di spostamenti. Voleva sapere chi erano gli ebrei, perché erano stati sempre perseguitati nel corso della loro storia e perché in quel modo così tragicamente assurdo e surreale come lo è stato durante la Shoah. Non  riusciva a capacitarsene. Lei, la Meticcia, quella dalla doppia identità, o forse senza identità, come lo sono spesso i meticci nel mondo, per altro sempre più numerosi; frutti di bizzarre mésalliances più etniche che sociali (secondo una corretta accezione del termine), verso i quali nutriva un particolare affetto e comprensione: i mezzisangue, i «né di qua, né di là», gli eterni esuli di loro stessi.

Fu così, senza neanche accorgersene, che Esther-Santina diventò lentamente la Specialista dell’Olocausto, la raccoglitrice di voci e di testimonianze, la Grande Lettrice di libri della Shoah. Era come una scatola vuota sempre pronta ad accogliere testimonianze, storie, ricostruzioni, disperazioni e dolori altrui che subito diventavano i suoi. Certo, era perfettamente consapevole del fatto che la storia dell’umanità era costellata di massacri, stragi e tragedie per le quali provava pena e compassione. Ma dalla Shoah si sentiva toccata da vicino. Si sentiva come una guerriera della memoria che chiedeva giustizia e risarcimento morale; si era trasformata in una piccola e oscura combattente che con il suo minuscolo contributo voleva tener alta la guardia su quanto era accaduto nel cuore dell’Europa. Senza compiacimento o desiderio di protagonismo e meno che mai per vanità letteraria. Era semplicemente così. Esther-Santina doveva scriverne, era una specie di missione, punto e basta.

Con il tempo però le cose cambiarono. Man mano che gli anni passavano aumentavano le testimonianze. C’erano sempre più voci che raccontavano e scrivevano di Shoah. Sempre più editori che pubblicavano libri sul tema. Era nata la GBO, acronimo cinico coniato da Esther-Santina che stava per  il “Grande Business dell’Olocausto”. Insieme ai saggi, alle analisi, alle statistiche e agli articoli aumentavano gli eventi, i film e le manifestazioni, le frasi fatte e retoriche; le parole vuote dei politici, le facce contrite, le strette di mano da circostanza, gli occhi vacui, le post-condoglianze universali tra tartine e buffet. Il Giorno della Memoria iniziava a diventare qualcosa di molto celebrativo, che le creava un oscuro senso di disagio. Il ricordo di quanto era accaduto meritava forse più silenzio, più elaborazione interiore, una coscienza collettiva consapevole, presente e solidale ma silenziosa. Il  severo monito del “Never again” e la  memoria storica che riguardava l’intera umanità si stavano trasformando in uno strano e un po’ macabro rito collettivo svuotato del suo più profondo significato. Un chiacchericcio sotto i riflettori.

Proporzionalmente alla suo disagio aumentavano i libri che gli editori le mandavano, sempre più numerosi, in modo che lei potesse scriverne. Il suo appartamento era sommerso dai volumi sparsi per terra, sul tavolo, sotto il letto, ovunque. Libri che parlavano di campi di concentramento, di uomini, donne e bambini denutriti, di treni e convogli stipati da vittime incolpevoli;  e poi pigiami a righe, divise sporche, docce, camere a gas, kapò, torture, famiglie spezzate, annientamenti, soluzioni finali. Esther-Santina apriva questi libri, li sfogliava e le veniva da piangere. E lei non è un tipo da piangere facilmente. È che tutte quelle parole non la lasciavano indifferente. Tutto qui. La maggior parte erano libri sinceri, alcuni profondi e toccanti, altri meno; qualcuno scritto meglio, qualcuno peggio, ma tutti si sforzavano di esprimere qualcosa di forte, di universale: era come se un urlo di lettere stampate supplicasse «basta, mai più, non dimentichiamoci di tutto questo».  Prendeva un libro, uno a uno, lo sfogliava, lo annusava, lo accarezzava, e poi ne prendeva un altro, e un altro ancora e un altro ancora. Voleva scrivere di ognuno di loro, fare in modo che ognuno vuivesse, palpitasse, avesse la sua visibilità sul quotidiano o sui giornali per i quali scriveva. Ogni storia meritava luce, attenzione, condivisione. Ma poi si vergognava. Si vergognava perché già si immaginava le frasi o le espressioni di qualche redattore di turno addetto alla chiusura delle pagine che imprecava (Poteva capitare anche questo!). Troppe volte le era toccato sorbirsi riposte che volevano passare per spiritose ma che di fatto pesavano come macigni: «Basta Estherina, ancora tu con questi ebrei. Che stress questo Giorno della Memoria. Guarda poi che quest’anno ci sono altri colleghi che ne vogliono scrivere, l’argomento tira e dobbiamo parlarne anche noi. Vabbeh, fammi una settantina di righe, fai l’elenco dei libri usciti, anzi no, scegline uno meno strappalacrime, anzi no, fammi cinquanta righe che bastano e avanzano e scrivi quel cavolo che vuoi ma trova magari uno spunto ironico, chessò, qualcosa di leggero, sorridente. Poi dico al nostro Vaticanista di scrivermi un centinaio di righe su quel Papa là, pace all’anima sua, così siamo pari e il Direttore è contento. Sbrigati, voglio il pezzo entro le 17 perché poi chiudo. ‘Sto Olocausto non se ne può più».

Ecco perché Esther-Santina non riesce più scrivere di Shoah. Ma continuerà a leggere e segnalare i libri che ogni anno gli editori le mandano in occasione de Giorno della Memoria. Perchè ritiene che i giovani devono sapere, non devono dimenticare, che è necessario. Ognuno di questi libri è prezioso, unico e importante. Ogni testimonianza, ogni storia ha un suo valore. Ed Esther-Santina, la Lettrice dell’Olocausto, lo sa. E questo titolo non glielo toglie nessuno.

«Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie».

«To write poetry after Auschwitz is barbaric».

«Escribir poesía después de Auschwitz es un acto de barbarie».

«Après Auschwitz, écrire de la poésie est barbare».

«Nach Auschwitz, ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch».

Russian писать стихи после Аушвица – это варварство

Arabic إن كتابة القصائد بعد أوشفيتس هو أمر بربري

Chinese 在奥斯维辛集中营之后写一首诗是一种野蛮的行径

Afrikaans om ná Auschwitz ʼn gedig te skryf, is barbaars

Albanian të shkruash poezi pas Aushvicit është një akt barbar

Aragones Escribir poesía dimpués de Auschwitz ye un auto de barbarería

Basque Auschwitz-ekoa eta gero olerkiak idaztea basakeria hutsa da

Brazilian Escrever poesia depois de Auschwitz, é um ato de barbárie

Croatian Pisanje pjesama poslije Auschwitza je barbarstvo

Czech Po Osvětimi je psaní poezie barbarstvím

Danish At skrive digte efter Auschwitz er en barbarisk akt

Dutch Gedichten schrijven na Auschwitz, is barbaars

Esperanto Post Aŭŝvico verki poezion estas barbara.

Estonian Peale Auschwitzi luuletuste kirjutamine on barbaarsus

Finnish Auschwitzin jälkeen runon kirjoittaminen on barbaarimaista

Greek το να γράφεις ποίηση μετά το Άουσβιτς είναι βάρβαρο

Hebrew לכתוב שירה אחרי אושוויץ זאת ברבריות

Hungarian Auschwitz után verset írni barbár dolog   hear pronunciation

Icelandic Eftir Auschwitz er villimannslegt að skrifa ljóð

Korean ‘아우슈비츠’ 를 찾아, 시를 쓴다는 것은 잔인한 일이다.

Latin Carmina componere post Auschwitz barbaries est

Latvian Rakstīt dzeju pēc Aušvicas ir barbariski

Persian نوشتن شعر بعد از قضیه آشویتز عملی نا گوار است

Polish Pisanie wierszy po Auschwitz jest barbarzyństwem

Portuguese Escrever poesía depois de Auschwitz é um acto de barbárie

Romanian Să scrii poezie după Auschwitz este un act de barbarie

Serbian писати поезију након Аушвица је варварски

Swedish Att skriva poesi efter Auschwitz är barbariskt

Chinese 在奧斯微茲集中營之後寫詩是野蠻的

Creative Commons License photo credit: Stuck in Customs


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *