Di Benedetta Brustia Gersony
È arrivato il momento di scegliere in che mondo vogliamo vivere. La parola “scelta” rischia di essere sempre più svuotata di significato e contenuti. Cosa vuol dire oggi “scegliere”? E cosa siamo ancora in grado di scegliere davvero? Esiste una consapevolezza e una ricerca critica verso ciò che ci interessa oppure viviamo – senza rendercene conto – nell’accettazione passiva dell’offerta di mercato negli ambiti più diversi?
La storia è più o meno questa e la conosciamo. Oggi tutto è globalizzato, tutto si assomiglia e tutto è sempre più simile a se stesso: dalle nostre abitudini alle nostre azioni ai nostri gusti. Avviene quando facciamo la spesa, quando mangiamo nei fast food, nelle catene dei ristoranti e così via; e avviene quando leggiamo un libro, quando andiamo al cinema, quando ci vestiamo. Coltiviamo la pia illusione di essere noi a scegliere quando sono le major ad avere già pianificato tutto: le case editrici più potenti hanno deciso quali autori proporci; Hollywood & Dintorni quali film farci vedere, stessa cosa per la musica e l’abbigliamento, uguali da Milano a New York, Parigi e Singapore… Risultato, un mondo omologato in cui tutti parliamo delle stesse cose e anche le idee sono a rischio di conformazione (e conformismo) globale.
Certo, i lati positivi non mancano: penso per esempio all’integrazione sociale, alla facilità di ottenere qualsiasi cosa ovunque e a costi relativamente contenuti e uniformati. Di fatto ci siamo talmente abituati a questo modo di vivere che non ci fa più alcun effetto.
Ma ora c’è di più. Un cervello virtuale, modello Demand Media, analizza tramite una serie di algoritmi i dati e le parole chiave più cliccate sul web. Su questa base un esercito di giovanissimi e di inesperti free lance perlopiù affamati di notorietà, si illudono di produrre contenuti autonomi. I più fortunati – anche per sopravvivere economicamente – accettano di scrivere testi e articoli online per meno di 12 euro a pezzo con la speranza di una crescita professionale che difficilmente ci sarà. Demand Media non è l’unico esempio. Troviamo Associated Content e Seed, di Aol, che utilizzano lo stesso principio.
A questo punto il rischio si fa alto: non esiste più una scelta individuale, nemmeno riguardo alle notizie e alla cultura in generale. L’offerrta – plasmata e confezionata ad hoc – si rivolge verso una massa che divora tutto senza discernimento.
L’on demand è quindi un tranello: chi è ancora convinto di operare scelte autonome in realtà segue quelle di una mente artificiale basata su numeri e statistiche.
Consapevoli della praticità del metodo, siamo abbastanza critici e onesti da voler confermare questa moda della velocità e della standardizzazione, oppure ci prendiamo il tempo per riflettere fin dove ci porterà l’abolizione della qualità d’informazione a vantaggio dell’era dei cyborg? Non è forse venuto il momento di scegliere in modo autonomo e consapevole? Io, che ho 23 anni, penso di sì.
Leggi anche:
http://www.itespresso.it/google-guarda-a-demand-media-46429.html
http://blog.tagliaerbe.com/2010/07/contenuti-motori-di-ricerca.html
Citazioni:
• Senza rischio non vi è scelta, senza scelta non c’è libertà, senza libertà non c’è vita. Scegliere la propria scelta in quanto scegliere di essere sé stessi vuol dire scegliere la libertà. (Anonimo)
• Le scelte le avete. Potete scegliere la gioia anziché la disperazione. Potete scegliere la felicità anziché le lacrime. Potete scegliere l’azione anziché l’apatia. Potete scegliere il progresso anziché la stagnazione. Potete scegliere voi. Potete scegliere la vita. (Leo Buscaglia)
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