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Go South Africa go! Riti, amuleti, feticci e marabout

di Marina Gersony il 12 giugno 2010

World Cup 2010 South Africa v Mexico

Go South Africa go! Benvenuti a Soccer City, lo stadio che ha dato il via ai Mondiali di Calcio 2010. Iniziato nel 1986 e aperto nel 1989 con lavori ultimati nel 2009, lo stadio raffigura un calabash, il tipico recipiente africano su una base rialzata sulla quale c’è un pozzo di fuoco. Una rappresentazione grandiosa che – abbinata alla cerimonia di apertura con 40 minuti di show, 1.500 artisti, 198 paesi collegati, 3 miliardi di telespettatori attesi, 40 capi di Stato presenti e 35 responsabili Fifa – è carica di suggestione e di energia. E poi bastano le note del waka waka (This time for Africa) incisa da Shakira con i sudafricani Freshleyground, ad emozionare e riscaldare gli animi.

Suoni, sapori, colori: per gli africani questo Mondiale è qualcosa di più di un campo di calcio, molto più di un gioco e di una competizione: è visibilità, sfida, passione, aspettativa, desiderio di riscatto, orgoglio. Rappresenta anche le mille contraddizioni di un Continente ancora in cerca di identità che non vuole più essere dimenticato ed escluso dal resto del mondo. A catalizzare l’attenzione ci sono loro, i Grandi, icone come il 92enne Nelson Mandela, leader del movimento anti-apartheid reduce da un lutto in famiglia proprio il primo giorno del mondiale iniziato con una brutta notizia:  la pronipote 13enne Zenani Mandela ha perso la vita in un incidente stradale a Soweto mentre tornava a casa dopo il concerto di inaugurazione della Coppa del mondo. Così è la vita.

E ancora icone come l’ex arcivescovo Desmond Tutu che ho avuto occasione di incontrare a Johannesburg anni fa,  simbolo anche lui di un’Africa che vuole emergere, crescere e andare avanti (Imperdibile il video in cui Tutu apre la cerimonia in tenuta sportiva: http://iamashadow.wordpress.com/2010/06/12/world-cup-2010-desmond-tutu/.

La kermesse è anche occasione per far riemergere superstizioni e antiche credenze africane. Rispuntano in tutta la loro misteriosa potenza riti, rituali e magie. Sono forze esoteriche, sottili, difficili da cogliere per una cultura occidentale che delle proprie radici ancestrali ha perso collegamento e memoria. A proposito mi viene in mente un articolo del 2006 di Paul Bakolo Ngoi, scrittore, mediatore culturale e giornalista della Repubblica Democratica del Congo che vive in Italia. Lo avevo conosciuto grazie ai suoi libri, uno in particolare sul calcio, molto bello, intitolato Colpo di testa. Fu così che decisi di farlo collaborare per la pagina sull’immigrazione che allora curavo per Il Giornale (NAZIONALE – 34] GIORN/SPORT/PAG04<UNTITLED). Penna brillante, di Paul si sono presto accorti anche i colleghi della redazione sportiva che in occasione dei mondiali in Germania gli hanno commissionato una serie di articoli. E questo in particolare è molto interessante e attuale. Eccolo:

«Le tchangeur là, il est fort», questo è quello che si sente dire nelle gradinate e nelle tribune negli stadi in Africa. In molti Paesi e nella mentalità africana, non ci sono dubbi, più dei giocatori è il Tchangeur o nganga, noto anche come «preparatore psicologico», il vero artefice delle vittorie, a volte anche responsabile delle sconfitte e della fine della carriera di un giocatore. Esistono aneddoti sui poteri di questi marabout e se ne sentono di tutti i colori. «Quando la palla si trasforma in una testa di leone, sono dolori per i portieri oppure quando un giocatore si perde nella nebbia e non vede la porta; tanti sono i racconti ma dove sta il limite tra la fantasia e la realtà? Difficile dirlo in quanto nessun giocatore potrebbe mai ammettere di far ricorso a questi gris-gris». Il tchangeur lavora nell’ombra, di certo non alla luce del sole, i suoi riti potrebbero spaventare il pubblico. Spesso questo lavora su richiesta di un dirigente o di un giocatore. Ai giocatori distribuisce qualcosa da masticare, è il contatto con gli spiriti, al portiere quasi sempre qualcosa da mettere nei calzettoni. Qualcuno parla anche di un olio da cospargersi sul corpo. Che c’è di vero in tutto questo? Una cosa è certa: se il calcio fa parte della società, quindi è un fenomeno sociale, e se ammettiamo che la società africana vive al ritmo della magia nel suo quotidiano e che i suoi riti magici hanno segnato i suoi miti e le sue tradizioni, non è difficile ammettere che il calcio possa essere soggetto a questi riti magici. La domanda forse più interessante è quella di sapere fino a che punto questi riti fanno ottenere dei risultati o migliorino le prestazioni. Un fatto è certo, i giocatori pur non affidandosi a queste pratiche non si rifiutano di accettare l’aiuto del tchangeur e spesso, invece della semplice preghiera preferiscono utilizzare gli amuleti. Qualcuno arriva a credere alla forza della magia tanto da rifiutare durante una partita di salutare l’avversario oppure di passare la notte con la propria donna. Si dice che sono due divieti che possono far mancare l’effetto benefico del nkisi, il feticcio appunto. Il tchangeur da buon consulente si fa sempre pagare prima dell’incontro. In alcuni casi, è intervenuto anche il governo ufficialmente per sostenere questi «préparateur psychologique». Si potrebbe citare il caso del milione di franchi Cfa, all’incirca 1500 euro, sborsati dalla federazione del Gabon, secondo un dirigente della stessa. In ogni caso, siamo lontani dai 34,5 millions – 52.600 euro – spesi dal Sénégal durante la Can (Coppa d’Africa) e i Mondiali del 2002. Chiamato djou-djou, gris-gris, xons, il tchang non conosce confine ed è una prassi coltivata in molti Paesi africani. L’africano ci crede, è nel suo Dna e si potrebbe quindi pensare che ogni squadra abbia il proprio. Perché la magia nera non fa vincere una coppa del mondo? In verità non esiste magia che riesca a far fare un salto di qualità a chi di qualità non ne ha. È tutto qui il segreto del gioco del pallone: una testa, due piedi buoni, un senso tattico e mezzi atletici. Le speranze del calcio africano a Germania 2006 sono affidate a Drogba, Akwa, Amoah, Cougbadja, Dos Santos, e questi non sono nomi di grisgris, ma sono magici per quello che riescono a fare sul campo da calcio.

Creative Commons License photo credit: Axel Bührmann
Creative Commons License photo credit: chaouki

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