Molti cinesi continuano a rimaner legati al ricordo di Mao, nonostante gli ultimi vent’anni della sua vita abbiano rappresentato per la Cina un disastro. Noto all’apice del potere come il “Quattro volte grande” (“Grande Maestro”, “Grande Capo”, “Grande Comandante Supremo”, “Grande Timoniere”), tuttora esiste un vero e proprio culto della sua personalità. Soprattutto per molti che lo vedono come un’icona. Il suo look è entrato nel loro (ma anche nel nostro) immaginario, a partire dai vestiti, i cappelli e la celebre giacca (ormai vintage…). Non solo: qualche anno fa il suo ritratto è stato venduto per 17,4 milioni di dollari da Christie’s a un collezionista di Hong Kong. Si trattava di una serigrafia di Andy Warhol di due metri per uno e mezzo, prodotta nel 1972 in occasione della ripresa dei rapporti diplomatici tra Cina e Usa. Infine, l’anno scorso, pare che un disegnatore di Pechino abbia addirittura ritratto il presidente Obama nei panni del Grande Timoniere e applicato su alcuni capi d’abbigliamento per la gioia di molti cinesi. La foto ritraeva un inedito “ObaMao” in uniforme maoista con tanto di stella rossa sul cappello. Ma le cose non stanno proprio così secondo gli autori di un libro uscito qualche anno fa che ha fatto scalpore. In quell’occasione li avevo incontrati per Il Giornale. Ecco cosa è emerso… 
Il vero volto di Mao: brutto, sporco e cattivo
Intrigante, astuto, calcolatore, cinico, strategico, dispotico, all’occasione servile, prepotente, privo di scrupoli e moralità. Formidabile nel delegare ad altri le mansioni sgradite, ribelle, refrattario all’autorità (tranne che per esercitare la propria), pigro, inetto nei lavori fisici, amante della lettura, dell’ozio e della vita comoda. Uccideva e torturava senza pietà i suoi simili, ma lui stesso era terrorizzato dalla morte. Causò la peggiore carestia di tutti i tempi, esportando generi alimentari in Russia in cambio di armamenti e tecnologie nucleari.
Per decenni Mao Ze-Dong esercitò il potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale e si rese responsabile della morte di oltre settanta milioni di persone, molti di più di Stalin e Hitler messi insieme. Incontriamo i due autori della monumentale biografia uscita in questi giorni (Mao. La storia sconosciuta, Longanesi, pagg. 960, euro 22,60), che analizza, sviscera e ricompone la figura del Grande Timoniere svelando – oltre a ricostruire l’epoca e la storia – gli aspetti inediti. E sfatando alcuni miti, come quello della Lunga marcia nel 1934 che non fu lui a organizzare. Il tutto basato su una documentazione inedita e sulle testimonianze dirette di persone assai vicine al leader cinese che non avevano mai rilasciato dichiarazioni. Lei si chiama Jung Chang, ed è l’autrice del bestseller Cigni selvatici; lui è il marito, Jon Halliday, storico e a sua volta scrittore. Ecco le loro risposte che alterniamo ad alcuni passaggi presi dal libro che offre due piani di lettura: uno più immediato per un lettore «non specialista», e uno più complesso per quegli storici che intendano approfondire attraverso le note allegate. 
Quali erano le peculiarità del carattere di Mao?
Jung Chang: «Era pigrissimo. Detestava fare la doccia e il bagno. Ogni giorno un inserviente lo strofinava con un panno. Non si lavava mai i capelli ma li pettinava sempre con cura. Portava gli occhiali, ma perfino il gesto di indossarli gli costava fatica quando leggeva a letto, così fu escogitato un occhiale con una stanghetta sola che i servitori si affrettavano a infilargli secondo i movimenti della testa che appoggiava sul guanciale. Lavorava senza orari precisi, prediligeva la notte. Quando era sotto stress prendeva una dose di pillole per dormire che avrebbe stroncato un cavallo».
Jon Halliday: «Non tirava mai la corda del gabinetto». (Un precursore dell’allora sindaco di Londra Livingstone che da mesi non tirava l’acqua del wc di casa, ndr).
Dal libro: «Mao nacque da una famiglia contadina in una valle della provincia dello Hunan chiamata Shaoshan, nella regione centrale della Cina. La data era il 26 dicembre 1893. Gli fu assegnato un nome composto, Ze-Dong, che significa “splendere sull’Oriente”. Amava sua madre con un’intensità che non mostrò verso nessun altro. Da lei ereditò il viso paffuto, le labbra sensuali, lo sguardo calmo e fiero».
Altri aspetti sconosciuti di Mao?
Jon Halliday: «Nel libro dimostriamo come entrò nel partito comunista per la prima volta e come avesse iniziato epurando le persone. Abbiamo indagato i metodi repressivi che usava. Era ambiziosissimo e determinato a trasformare la Cina in un Paese super-militarizzato. Voleva dominare il mondo. Prolungò la guerra in Corea a discapito delle vite umane. Era l’unico modo per costruire un’industria militare di primo piano, garantita da Stalin. Per lui le persone erano carne da macello».
Dal libro: «A trentun anni, la mancanza di chiarezza ideologica e di passione l’aveva ricondotto nella proprietà di famiglia. Le battute d’arresto subite da Mao nei primi anni del Pcc sono tuttora tenute segrete. Mao non voleva si sapesse che era stato inetto come attivista del partito o entusiasta del Partito nazionalista (che negli anni a venire sarebbe diventato il principale nemico dei comunisti), né che, in quel periodo, era piuttosto confuso dal punto di vista ideologico».
Pare che con le donne fosse terribile…
Jung Chang: «Era un infaticabile donnaiolo ma per loro nutriva la più totale indifferenza. Ebbe quattro mogli. Si sposò per la prima volta nel 1908, quando aveva quattordici anni e la sposa diciotto. Per quanto ne sappiamo, Mao la menzionò una sola volta, con impressionante freddezza. Morì nel 1910, poco più di un anno dopo il matrimonio. Nel momento in cui aderì al Partito, Mao iniziò a frequentare la figlia del suo ex insegnante: Yang Kai-Hui, otto anni meno di lui. Sarebbe diventata la sua seconda moglie, la madre dei suoi tre figli (anni dopo venne giustiziata senza che Mao muovesse un dito per evitarlo), sostituita dalla terza, la signora Gui-Yuan che fu esiliata in Russia e finì in un istituto per malattie mentali dopo aver subito la perdita di quattro figli e l’indifferenza più totale di Mao. Nel 1938 si sposò con Jiang Qing, attrice spregiudicata dal passato movimentato, che sarebbe diventata la famigerata e vendicativa Madame Mao, servile nei confronti del marito (“ero il cane del presidente Mao. Chiunque mi diceva di mordere, io mordevo”). Anche dei figli non gli importava niente. Non si preoccupava né di avere eredi né di ciò che avrebbe lasciato dietro di sé».
Dal libro: «Mao non credeva in nulla, a meno che non potesse trarne un vantaggio personale. Un buon nome da tramandare ai posteri, disse, “non può darmi gioia, perché appartiene al futuro e non alla mia realtà. Le persone come me non realizzano imprese da tramandare alle generazioni future”».
Perché in Cina Mao continua a nonostante tutto a essere un mito?
Jon Halliday: «Lo tiene vivo il partito. Rispettare Mao vuol dire rispettare il potere. E il partito non vuole perdere il potere».
Quanto tempo avete impiegato a scrivere il libro?
Jon Halliday: «Una decina di anni. Abbiamo setacciato gli archivi in Cina e in ex Unione Sovietica. L’accesso non è stato sempre facile. Non ci hanno ostacolato, ma è capitato che quando hanno visto lo scopo delle nostre ricerche abbiano occultato dei documenti. In Albania siamo stati i primi a recuperare del materiale inedito».
Il vostro libro verrà pubblicato in Cina?
Jung Chang e Jon Halliday: «Per ora è censurato. Una versione cinese uscirà all’estero. In futuro? Chi lo sa?». (Nel frattempo non ho avuto notizie in proposito, ndr)
Articolo di Marina Gersony: Il Giornale, 5.5.2006





