Ieri ho incontrato per caso un mio vecchio compagno di scuola – Davide – che si è trasferito in Canada parecchio tempo fa. Non lo vedevo credo da una ventina d’anni. Di passaggio in Italia per affari, mi sono imbattuta in lui mentre girovagava nel quadrilatero della moda a Milano a scrutare le tendenze del made in Italy. Era più o meno come lo ricordavo, soltanto un po’ più grasso, un po’ più pelato, un po’ più maschilista e un po’ più osservante. Abbiamo parlato della crisi, dei bei tempi, dell’Italia «che non è più come una volta ma tanto si riprenderà», della sua prima, della sua seconda e della sua attualmente terza moglie («Finalmente un’ebrea con il vero senso della famiglia, basta con le goy tutte in carriera», mi ha detto ridacchaindo, consapevole del fatto che nera, bianca, gialla o a striscie, lui le donne le tratta sempre e comunque come kleenex). Abbiamo poi parlato, saltando di palo in frasca, della Perfida Anne Wintour in città per le sfilate, «una iena tronfia che il diavolo veste Prada in confronto è un angioletto, ma tanto lei se l’è presa in quel posto perché alcuni stilisti l’hanno mandata (evviva finalmente!) a quel paese». Poi mi ha detto di essersi avvicinato alla religione «quel giusto che basta a una certa età, quando si comincia a capire il vero senso della vita». Con occhi luccicanti mi ha raccontato che in questo periodo della sua esistenza, dopo averne viste di cotte e di crude, la sua gioia è di andare in Sinagoga il sabato a pregare. Lì, ha detto, trova il contatto con l’Altissimo. E poi mi ha raccontato che il rabbino l’ha nominato il Decimo uomo per il Minjan in sostituzione di un polacco canadese defunto da poco». Minjan è il numero minimo di dieci maschi ebrei circoncisi e maggiorenni perché un servizio in sinagoga abbia carattere comunitario. Davide mi ha detto che stasera verrà al Tempio per Purim. Vuole vedere come si festeggia in Italia. E a me è venuto in mente un libro che avevo recensito qualche anno fa per Il Giornale. Non c’entra nulla con Purim, ma è un racconto di una famiglia ebraica che dalla Vecchia Europa approda in Canada. Ecco qui di seguito la storia.
David Bezmozgis è un autore che si è fatto notare in occasione del recente New Yorker Festival. Trentaduenne, nato a Riga, in Lettonia, e approdato
in Canada nel 1980, è riconducibile per stile e linguaggio ai giovani della nouvelle vague ebraica americana, la corrente dell’ultimo decennio che ha prodotto scrittori quali Michael Chabon, Jonathan Safran Foer e Nicole Krauss. Come loro, l’esordiente Bezmozgis attinge alla propria ebraicità, cioè a quelle radici che affondano in un passato che continua ad affascinare e alimentare una buona letteratura internazionale (Natasha, Guanda, pagg. 152, euro 12,50).
Nipotini di quella mainstream letteraria dove l’ebraismo ricorre e trasborda – Bernard Malamud, Isaac B. Singer, Chaim Potok, Philip Roth… – i novelli rappresentanti di una diaspora ormai radicata proseguono un discorso mai interrotto. Non c’è dunque da meravigliarsi se Bezmozgis si riappropri di un’identità che altrimenti rischierebbe il naufragio in un mondo dove le nuove generazioni sono le meno interessate a guardarsi indietro. Bezmozgis narra le vicissitudini della famiglia Berman, emigrata da Riga a Toronto negli anni Ottanta sfruttando l’aiuto delle autorità israeliane, per lasciarsi alle spalle i lattiginosi Baltici segnati dalle prepotenze sovietiche. Grazie all’ironia che rievoca un Mordecai Richler più delicato e pacato (detto questo per me Mordechai resta il più grande insieme a Filippo (Roth!!!), l’autore ripercorre la moderna saga di una famiglia tenera e umanissima. Roman, il padre, ex atleta e poi amministratore della Dinamo Riga, di giorno fatica in una fabbrica di cioccolato e la sera studia per il diploma di massoterapista, sostenuto dalla moglie Bella; ci sono poi gli zii, la cuginetta, una nonna pragmatica, un nonno che vive nella nostalgia e Mark, il protagonista, l’io-narrante impegnato a imparare l’inglese insieme ai suoi intelligenti e spaesati genitori, ma anche a scoprire se stesso e gli umori di un nuovo mondo in cui a soli sette anni si trova catapultato. Sono spassose, caustiche e commoventi le considerazioni di questo bambino, poi adolescente, che si misura con le prime turbe di un’età complicata.
L’apoteosi si raggiunge con l’arrivo da Mosca della cugina quattordicenne, Natasha, lolita silenziosa con un look da «battona polacca» e un passato già ingombrante, della quale il ragazzino s’innamora. Il romanzo si chiude con l’inesorabile ritorno all’identità con il personaggio di Zalman, gestore della sinagoga, determinato a tenere in vita la sparuta comunità sperduta a Toronto. Conclude Zalman: «Se cerchi dieci ebrei santi, stai fresco. Sappiano che non metterò sulla strada un ebreo che viene in sinagoga. Omosessuali, assassini, bugiardi e ladri: io li accetto tutti. Senza di loro non ci sarebbe un minyan». Minjan è il numero minimo di dieci maschi ebrei circoncisi e maggiorenni perché un servizio in sinagoga abbia carattere comunitario e non di sempli
ce studio e commento delle Scritture.
La festività ebraica di Purim (in ebraico Sorti) cade il giorno 16 del mese ebraico di Adar. Nelle città cinte di mura ai tempi di Yehoshua Bin Nun la festa dura 2 giorni e si conclude al tramonto del 15 di Adar.
Il digiuno del giorno precedente ricorda l’analogo digiuno fatto da Ester e Mordechai quando il perfido Amàn, consigliere di Re Assuero, tramò per liberarsi degli ebrei convincendo il Re ad ucciderli tutti. Il digiuno viene quindi chiamato Digiuno di Ester e dura dall’alba al tramonto (Fonte: Wikipedia).





