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Italian banlieue, what a story

di Marina Gersony il 15 febbraio 2010

Genova
Premessa: non sono buonista né mielosa né smielata, ritengo tuttavia che tra il miele e la discriminazione a oltranza ci sia una ragionevole via di mezzo. Leggo allibita su diversi giornali le reazioni intorno all’uccisione del ragazzo egiziano a Milano e agli incidenti nel quartiere multietnico. Leggo però anche il solito circo verbale dei nostri politici: il ministro Maroni in versione Dalai Lama che getta acqua sul fuoco e invita alla calma, ma allo stesso tempo garantisce un invio massiccio di polizia e carabinieri per la prevenzione anticrimine. Per la serie “nonsisamai”, teniamoci buoni i milanesi furiosi ma anche gli immigrati “per bene” che prima o poi questa è gente che vota. Tanto a esprimere il vero pensiero lumbard c’è già il duro e puro Salvini  con le sue dichiarazioni alla Himmler («controlli ed espulsioni casa per casa, piano per piano» nei quartieri multietnici della città). Dalle mie parti questo si chiama gioco delle parti. Ma per fortuna c’è Letizia Moratti che ci rassicura dichiarandosi grata a Berlusconi per essersi «mostrato molto attento» alla questione. Grati e non grati, interventisti o ipocritamente indignati, seguono a ruota proclami e accuse tra una destra e una sinistra che non vedono l’ora di scaricarsi le colpe gli uni sugli altri per un’immigrazione mal gestita, male organizzata e strumentalizzata secondo gli umori del momento. Parole in libertà per un problema che non è certo nuovo e che confermano una spaventosa inefficienza da parte dei più. Ogni giorno ci sono delitti perpetrati dagli esseri umani di ogni colore, sesso e appartenenza. Ma, guarda caso, si insorge e si reagisce con sollecitudine ogni volta che si presenta l’occasione di un tornaconto politico. Un ragazzo immigrato ucciso da una banda di immigrati, tafferugli e guerriglie urbane, sono accadimenti perfetti da non lasciarsi sfuggire. Le bagarre tra poveri offrono spunti preziosi. Per l’ennesima volta ci tocca ascoltare i proclami demagogici e populisti divisi in egual misura tra maggioranza e opposizione. Non se ne può più. Ovvietà su ovvietà si alternano a buonsenso da scolaretti dieci e lode e a deliri razzisti.

Mi chiedo: non possono starsene tutti zitti una buona volta, agire, e fare vedere i risultati del loro lavoro senza girarci troppo attorno? Non ci vuole Einstein per capire che i flussi vanno regolamentati, le leggi rispettate, gli atti criminali puniti. È stra-ovvio. Ma forse la questione è più ampia, più sfaccettata, più complessa. Non ci vuole il buon Maroni per dirci cose risapute. E il Bersani-pensiero, con tutto rispetto, non mi aggiunge nulla di nuovo quando afferma che l’accaduto in via Padova «è una cosa gravissima» o del fatto «che è fallita una politica sia di integrazione sia di sicurezza e non scarichino le responsabilità…».

Intanto non sarebbe male se si cominciasse a trattare l’immigrazione in tutti i suoi aspetti, con le sue luci e le sue ombre, valutando di volta in volta le diverse realtà presenti sul territorio senza fare di tutta l’erba un penoso fascio. E forse varrebbe la pena valorizzare quegli immigrati che si sfiniscono di lavoro per il nostro benessere e che sono i primi a soffrire e prendere le distanze da coloro che delinquono. E magari varrebbe la pena valorizzare anche tutte quelle associazioni, italiane e straniere, piccole, invisibili, silenziose – e io ne ho conosciute tantissime e le posso citare su richiesta – che fanno un lavoro enorme, impagabile in materia di integrazione; un lavoro ignorato o sottovalutato dalla politica e dai media, sempre pronti a rincorrere notizie adatte a un pubblico drogato e affamato di informazioni inutili, negative o strumentali. Ma si sa, come recita il ritornello, «good news, no news». 

Cosa fanno i nostri rappresentanti? Si scaldano, si agitano, litigano, sparano banalità, blaterano. E si stupiscono quando succede qualcosa. Rosarno come Parigi, strillano. Non siamo secondi a nessuno, sbraitano, anche noi abbiamo finalmente le banlieues de ‘noantri, le nostre magagne, senza tener conto che se queste cose accadono probabilmente un motivo c’è; un motivo che si chiama disagio, degrado, paura, fame, precarietà, insicurezza e chi più ne ha più ne metta. Ma come si fa ad essere così cinici, insensibili e miopi?

Mai sentito parlare di causa-effetto, tesorini al potere? Non si potrebbero regolamentare gli ingressi degli immigrati in modo umano e decente? Smetterla di sfruttarli, sottopagarli, farli vivere come schiavi traendone allettanti profitti? Non varrebbe la pena spendere più tempo nella negoziazione con i Paesi di provenienza? E aiutare, ma per davvero, le persone nei Paesi di origine? Perché mai nessuno ci racconta come si svolge la collaborazione Italia-Ue sull’immigrazione visto che è un tema comune e ci riguarda tutti? Sono inefficienti anche loro lassù, in Belgio? Una fuffa europea e universale? Può darsi. Ma non voglio credere che sia tutto così. Ho assistito a degli incontri e a dei seminari a Bruxelles in materia e posso garantire che c’erano proposte, soluzioni valevoli e interessanti. Se poi non vengono prese in considerazione o messe in atto, è un’altra storia.  Nessuno può però negare che molti passi avanti sono stati fatti, almeno sulla carta, come per esempio la Blue card che dovrebbe attirare un’immigrazione altamente qualificata.

Per ritornare a noi, è così complicato eseguire una mappatura del territorio (in questo caso intendo via Padova ma vale per tutti i quartieri etnici), programmare interventi di riqualificazione e magari, perché no, aprire il confronto con i commercianti e gli amministratori di condominio? No, da noi si sgranano gli occhioni finti-stupiti, ci si indigna, si sbraita e si parla di disastro. Ovviamente quando ci lascia le penne un ragazzo. Ovviamente quando questo ragazzo è egiziano, immigrato e per di più poveraccio. E ovviamente quando viene ucciso dai soliti immigrati canaglia. Forse sarebbe bene che si partisse dal basso, dall’educazione, dalla scuola, proprio là dove si formano gli individui. Ma è un sogno, un’utopia, una speranza in un Paese dove l’unica cosa che conta è tenersi stretta la poltrona, tra astuzie, furberie e strumentalizzazioni. Come sempre sulla pelle di chi ha poco o niente da perdere.

Creative Commons License photo credit: Olmovich

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