A proposito degli extracomunitari- braccianti-in nero nelle campagne della Piana di Gioia Tauro e Rosarno per la raccolta di agrumi. Nessuno qui vuole giustificare le reazioni di violenza. Ma chi non reagirebbe in modo analogo se fosse costretto a vivere in quelle condizioni? Forse varrebbe la pena interrogarsi su cosa c’è dietro la rabbia e l’aggressività che hanno portato gli immigrati irregolari a questa situazione. Forse sarebbe il caso di chiedersi cosa ha provocato questa esplosione di violenza. E forse sarebbe opportuno sapere come sopravvivono queste persone nel tanto magnificato Paese degli agrumi, das Land wo die Zitronen blühen, tra lavoro stagionale, sfruttamento e ‘ndrangheta, 20 – 25 euro al giorno se va bene, orari da Terzo mondo, schiena rotta negli aranceti dove per la stessa cifra gli italiani non andrebbero di certo. Forse il ministro Maroni avrebbe fatto meglio a porre l’accento sulle situazioni borderline in cui sono costretti a vivere invece di parlare di un eccesso di tolleranza nei loro confronti…
Magdalena (Magda) Szymkòw è una mia cara amica polacca nonché collega. Per un lungo periodo ci siamo occupate di immigrazione e ne abbiamo scritto su diversi giornali italiani e stranieri. Corrispondente dall’Italia per il quotidiano Gazeta Wyborcza, nel 2005 Magda ha svolto un’importante inchiesta sui raccoglitori stagionali di pomodori nei campi di lavoro in Italia: ha raccontato di gente sorvegliata di notte dalle guardie armate; di dormitori nelle baracche senza luce e acqua, con i materassi sporchi dagli escrementi e dal vomito. Il salario – irrisorio – che soltanto in pochi ricevevano, includeva il costo cibo, delle bevande e dell’affitto. Così per migliaia di polacchi si avverava il “sogno” di un lavoro legale in Italia. Sul settimanale Diario del 30 settembre 2005, la sua inchiesta Pomodori marci si aggiudicò un titolo in copertina. In seguito anche la Rai la contattò per realizzare uno speciale.
Perché parlo di Magda e della sua inchiesta? Perché il problema dei lavoratori stranieri sfruttati nel nostro Paese è di lunga data. Non è una storia di oggi. Perché fino a quattro o cinque anni fa erano i lavoratori polacchi ad essere sfruttati. Da quando la Polonia è diventata membro a pieno diritto dell’Unione Europea (1° maggio 2004), i polacchi non hanno più nessun motivo (e se ne guardano bene) di venire in Italia a farsi sfruttare. Adesso è la volta degli africani e le cose non sono cambiate. Anzi, alla luce di quanto è successo a Rosario, sono peggiorate.
Cosa è successo il 7 gennaio del 2010? Chi sono davvero questi circa trecento cittadini extracomunitari presenti nell’area dei Comuni di Rosarno e San Ferdinando, che lavorano saltuariamente come braccianti agricoli nelle campagne della Piana di Gioia Tauro e Rosarno per la raccolta di agrumi? Perché si sono riversati lungo la via Nazionale 18 inscenando una rabbiosa manifestazione di protesta, creando intralcio alla libera circolazione stradale, danneggiando cassonetti per la raccolta di rifiuti solidi urbani, colpendo con bastoni e pietre numerose autovetture in transito? E cosa dire di quell’altro gruppo di immigrati, un centinaio, che a loro volta hanno dato vita a una vera e propria guerriglia urbana dopo che due di loro sono stati feriti da sconosciuti con alcuni colpi di carabina ad aria compressa? Le cronache parlano di 34 feriti e di auto distrutte e vetrine infrante.
Forse varrebbe la pena interrogarsi su cosa c’è dietro la rabbia e l’aggressività che hanno portato a questa situazione. Forse sarebbe il caso chiedersi cosa ha provocato questa esplosione di violenza. E forse sarebbe opportuno sapere come sopravvivono queste persone nel tanto magnificato Paese degli agrumi, das Land wo die Zitronen blühen, tra lavoro stagionale, sfruttamento e ‘ndrangheta, 20 – 25 euro al giorno se va bene, orari da Terzo mondo, schiena rotta negli aranceti dove per la stessa cifra gli italiani non andrebbero di certo.
Episodi simili a questi di Rosarno se ne sono verificati altri, per lo più ignorati dai media perché la sfortuna delle minoranze non è glam e non fa notizia. O meglio, interessa nel momento in cui diventa una notizia da sfruttare a proprio vantaggio. Il ministro Maroni lo sa bene. Troppo facile affermare che finora c’è stata troppa tolleranza nei confronti degli immigrati irregolari. È demagogia pura di chi è alla ricerca di facili consensi e non vede l’ora di cavalcare la fobia diffusa per lo straniero. Il ministro e chi la pensa come lui se ne approfittano e alzano i toni. E lo fanno a torto e in malafede. Nessuno nega l’importanza di una buona politica dell’immigrazione. È ovvio. Chiunque dotato di buon senso è consapevole che il tema è complesso e delicato. Presuppone sapienza politica, lungimiranza, umanità e saggezza. È un problema non di oggi che riguarda l’Italia e l’Europa intera. Forse il ministro avrebbe fatto meglio a porre l’accento sulle situazioni borderline in cui vivono gli extracomunitari. Ma esacerbare gli animi con proclami populisti e slogan contro gli stranieri usati come capro espiatorio, non è cosa degna di un Paese che si vanta di essere moderno e democratico. Gli immigrati si Rosarno probabilmente torneranno a casa loro. E forse questa sarà la loro vera, unica e grande fortuna. photo credit: OxyBlue/Tooby.
Sul tema suggerisco la lettura del libro “Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro” di Marco Rovelli.
Clicca sui per ascoltare la sua intervista audio
Ecco invece di seguito uno stralcio dell’inchiesta di Magda sui raccoglitori di pomodori polacchi (2005). Giusto per tener viva la memoria:
Le mani di Marek sono sporche da terra, anche se ha provato a pulirle parecchie volte. Cerca di nasconderle, quando mi racconta cosa gli e successo. «Ho letto in Polonia un annuncio su un quotidiano che affermava che in Italia si cercava lavoro alle piantagioni di pomodori - dice -. Al telefono mi dissero che il lavoro da fare è assolutamente legale e che dovevo pagare per il solo viaggio 150 euro. Alcuni giorni dopo ero sul pullman che mi portava in Italia». Cosi iniziava non solo per Marek la strada verso un lavoro difficoltoso, ma con la speranza di un guadagno che finiva in modo terribile da raccontare anche per lui. In Puglia ogni mese arrivano i pullman dalla Polonia. La gente è raccolta dalle diverse città polacche, fra cui Danizca, Torun, Katowice o Cracovia […]. I polacchi dormivano nelle tende o sul pavimento nelle baracche, ex porcili o stalle non più grandi di sei metri quadrati, invase dalle mosce e zanzare. «La gente viveva e lavorava nei condizioni che assomigliano i campi di concentramento – dice Domenico Centrone, console onorario della Polonia per la Puglia e Basilicata -. Lavoravano senza firmare alcun contratto, senza mangiare, senza possibilità di lavarsi e senza alcuna retribuzione. Sono stati costretti a fare i propri bisogni in condizioni igieniche indescrivibili e, se tutto questo non è sufficiente, molti di loro, per non dire la totalità, subivano minacce, rapine e violenze di ogni genere». Lavoravano dall’alba al tramonto. Dovevano pagare per il soggiorno, acqua, luce, gas, trasporto ai campi di lavoro, dopo di che il loro guadagno era così piccolo che non bastava neanche per comprare un biglietto del ritorno in patria […]. I campi nelle vicinanze di Foggia è una delle più importanti piantagioni dei pomodori in Europa. Secondo La Repubblica, «capace di produrre in questa stagione anche 28 milioni di quintali di frutta». Quasi la meta sarà distrutta, perché agli agricoltori non conviene venderli alle industrie. photo credit: OxyBlue/Tooby
Roma, 11 Gennaio 2010. Calabria Saudita, così, con sarcasmo, circola il nome affibbiato ad una regione che si considera non piú appartenente all’Italia e neanche all’Europa. Questo territorio naviga a vele spiegate verso un altro continente, si dice. I fatti di Rosarno, con i suoi 1.500 extracomunitari neri che protestano, anche violentemente, per le miserrime condizioni di vita, rendono tangibile l’assenza dello Stato. Tutti sapevano ma nessuno parlava o interveniva. Assenti il Sindaco, il presidente della Provincia e della Regione e relativi assessorati, il Prefetto, i ministri dell’Interno, del Lavoro e della Giustizia, il presidente del Consiglio dei Ministri, l’Inps, l’Inail, gli ispettorati del lavoro, ecc., insomma, quelle figure che dovrebbero rappresentare lo Stato. Non parliamo dei partiti e dei sindacati che sono associazioni private ma sempre piú identificate con le istituzioni. Le associazioni malavitose imperversano, i cittadini hanno paura, appaiono ignavi o avversi. Rosarno è un esempio ma di casi Rosarno ce ne sono molti nel nostro Paese. Saudita è la Calabria o l’Italia?
Qui il comunicato online:
www.aduc.it/comunicato/rosarno+calabria+saudita_16923.php
photo credit fotovignetta sopra: francesco elisei LI







