Non è una vittoria ma sicuramente un passo avanti. Google ha coraggiosamente rimosso i filtri dal suo motore di ricerca cinese anche se la censura non allenta la sua morsa. Argomenti tabù come il massacro di Piazza Tien An Men, le persecuzioni contro le minoranze etniche, tra cui i tibetani e il Dalai Lama, o le sentenze di morte per i dissidenti – saranno visibili per i cinesi. Almeno in parte secondo quanto riportato dalle cronache di questi giorni. E pazienza se in salsa istituzionale o filogovernativa. Diciamo che potrebbe essere un inizio. E se Pechino rassicura che l’iniziativa di Google non inciderà nei rapporti commerciali tra Cina e Usa, c’è da chiedersi se i potenti messaggi del Dalai Lama passeranno in un Paese dove c’è ancora molto da dire e fare in materia di diritti umani. L’equilibrio e la saggezza del Dalai Lama potrebbero dare un notevole contributo all’evoluzione spirtituale di un paese in forte crescita economica ma troppo spesso macchiato da fenomeni di violazioni e sopprusi. Prendo spunto da questi ultimi eventi per ricordare il mio ultimo viaggio in Ladakh che risale a cinque anni e mezzo fa (L’articolo è apparso su Glamour). In quell’occasione ho avuto modo di entrare in contatto con gli insegnamenti buddhisti. Non è stata soltanto un’esperienza personale di rilievo, bensì anche l’incontro con una filosofia antica che ha ancora molto da dire in questa nostra tormentata modernità.
photo credit: Elton Melo
IN VIAGGIO CON IL LAMA*
Partenza da Malpensa per Francoforte e da lì la coincidenza per New Delhi. Inizia così il mio viaggio con il Lama* insieme a un gruppo di allievi che da anni seguono i suoi insegnamenti. Lo avevo conosciuto durante una trasmissione televisiva. Di lui mi avevano colpito la calma e la forza interiore. In seguito, conoscendolo meglio, avrei capito che il suo ottimismo contagioso non era altro che il frutto di un lungo addestramento della mente, una “formula” accessibile a chiunque avesse voglia di imparare, impegnandosi, a trasformare gli stati d’animo negativi e migliorare la propria vita. Con questo spirito ho deciso di seguirlo in Ladakh, la regione più remota e meno popolata di tutta l’India, situata all’estremo est del Kashmir e dello Jammu. In questa terra, il Lama – noto con il nome di Paljin Tulku Rinpoce – ha fondato una scuola elementare a Lamayuru, restaurato monasteri e costruito un tempio.
A Delhi ci tratteniamo un paio di giorni a causa dei forti venti che a volte impediscono agli aerei di atterrare nella capitale Leh, a due ore scarse di volo. Il contrattempo ci consente di vagabondare per la Capitale, città degli eccessi e delle contraddizioni. (Annoto sul taccuino: “Intensa, volubile, ammiccante, misteriosa, sudicia, mistica, ostile, raffinata, tecnologica, avvolgente”). Prima di partire mi sono riletta autori come Naiapul, Vikram Seth, Pankay Mishra, Arundathi Roy o Tiziano Terzani e consultato guide come le Rough, Routard e Lonely Planet. Non c’è tuttavia film o libro che catturi fino in fondo l’anima profonda di questa città vibrante, un viavai di biciclette, mendicanti, sikh, indù, musulmani, camion, vacche, scimmie, risciò e carretti trainati da buoi; dove gli uomini d’affari sciamano tra templi e grattacieli e dove la vita non vale un centesimo. Come quella di un giovane in fin di vita sul ciglio di una strada che decidiamo di trasportare al pronto soccorso. “È un intoccabile – s’indigna un passante – per lui non c’è più niente da fare”. All’indomani, in ospedale, un medico ci accompagna in una stanza: il corpo giace spento su una branda, avvolto in un lenzuolo sudicio, dimenticato dagli uomini e da Dio.
La mattina dopo prendiamo l’aereo per il Ladakh, definito anche ultimo “Shangri-La”, “Terra di luna” o, a torto, “piccolo Tibet”, terra di valichi ad alta quota che ospita monasteri millenari, nonché una delle ultime comunità del buddhismo mahayano, perseguitato dal governo cinese in Tibet. Un atterraggio mozzafiato e ad accoglierci i locali, visi dai tratti mongolici e dallo sguardo mite. Intorno, un numero impressionante di militari. Il Lama Paljin ci spiega che per un lungo periodo il Ladakh è stato sull’orlo di una guerra spietata tra India e Pakistan, le due più recenti potenze nucleari del pianeta. Negli ultimi anni la situazione si è normalizzata, favorendo il turismo, soprattutto giovane. Ed è la capitale Leh, tappa dell’antica Via della Seta, lo specchio di una realtà che cambia. Di acqua ne è passata sotto i ponti da quei lontani anni Cinquanta, quando l’olio di albicocca serviva per cucinare e accendere i lumini di notte. Sonam Gaylson, direttore del Ga-ldan, il più antico albergo in pieno centro, ricorda gli anni Settanta, quando il Ladakh si era da poco aperto al turismo e nascevano le prime guest-house: “Da allora sono sorti una quarantina di alberghi di buon livello e diverse strutture di accoglienza. Il problema è che il progresso sta arrivando troppo in fretta”.
Intanto la cittadina appare come un’intrigante mescolanza di Occidente e Oriente; un borgo polveroso e struggente, che si estende
disordinato ai piedi di un fatiscente palazzo reale in stile tibetano; e dove una postazione Internet è situata a pochi metri da una fogna a cielo aperto. In mezzo ai ristorantini, pensioni alla buona, pub improvvisati, mercatini, bazaar e cani malnutriti, si mescolano i turisti di ogni sorta: dagli amanti del trekking ai fricchettoni stile anni Sessanta alle signore a caccia di pashmine e monili tibetani.
Dopo qualche giorno nella Capitale, inizia il giro nei monasteri, la parte più coinvolgente e impegnativa del viaggio. Arrampicarsi sulle cime rocciose sotto un sole cocente, implica uno sforzo non soltanto fisico ma anche mentale. Il Lama Paljin suggerisce di camminare in silenzio. Procediamo in fila indiana, senza parlare. Cammino e capisco come la spiritualità di ognuno si possa esprimere liberamente in una situazione come questa, in mezzo a una natura potente che ha quasi del divino, lontano dal rumore e dai dogmi imposti dalle religioni. Un passo dopo l’altro e i pensieri che affollano la mente si stemperano in uno stato di calma interiore. In quel momento intuisco il senso del viaggio e capisco perché ho voluto affrontarlo.
Nei giorni successivi visitiamo i monasteri di Matho, Spitok, Tikse, Phiang, Alchi, Hemis e il suggestivo Lamayuru, fondato nel 1100, di cui il Lama Paljin è fra i Maestri reggenti. Il monastero sorge su uno spuntone di roccia a 4.000 metri di altezza ed è uno dei più antichi del luogo. Arriviamo in occasione di una grande festa che si svolge tutti gli anni in luglio, quando il cielo è terso e le notti sono più lunghe; un evento unico che vede tutti i Lama del Ladakh riuniti in processione. All’imbrunire assistiamo, unici occidentali, a una cerimonia rituale indimenticabile. Sotto la luna piena, circondati da piccoli monaci e suonatori di corni, i Lama recitano per tutta la notte i mantra: incensi, parole segrete, suoni potenti ripetuti all’infinito, misteriose vibrazioni che penetrano nel cuore.
L’indomani, a bordo di una jeep diretta ad Atitse – ultima tappa del viaggio - chiacchiero con Lobzang, uno dei nostri autisti. Mi racconta che ha lavorato come scenografo nel film Samsara, girato interamente in Ladakh, uno dei pochissimi film al mondo realizzato a un’altitudine media di 4.500 metri. Sotto la guida di Lama Paljin, il monastero di Atitse è diventato un centro di meditazione internazionale. “È un luogo sacro perché ospita una grotta dove ha meditato Naropa – spiega il Lama – uno dei fondatori del buddhismo tibetano”. Otto anni fa, all’interno del monastero, il Lama ha fatto costruire una minuscola cappella nella quale sono esposte mille statue di Tara, la divinità femminile più venerata in Tibet.
Il giorno della partenza, sopraffatta da un senso di malinconia per la fine del viaggio, mi chiedo come riuscirò ad affrontare il rientro, i ritmi frenetici e le difficoltà che mi aspettano. E allora mi vengono in mente le parole di un anziano monaco a Leh: “Perché essere infelici per qualcosa se può essere rimediato? E che senso ha essere infelici per qualcosa se non può essere rimediato?”. Con questo pensiero mi tranquillizzo e sono pronta per una nuova avventura.
* Il Ven. Lama Paljin Tulku è stato allievo inizialmente del Ven. Ghesce Nawang Yandak, abate del monastero nepalese Samten Ling e successivamente del Ven. Ghesce Tenzin Gompo. Oltre a questi, ha ricevuto insegnamenti ed iniziazioni da altri Maestri di elevato prestigio. Per quanto riguarda la scuola Ghelupa; Ghesce Tenzin Gompo, Ghesce Ciampa Lodro, grande esperto del Chod, Gancen Rinpoce, Thamtog Rinpoce, Denma Locio Rinpoce ed il Ven. Kalcen Lobsang Tsempel, uno dei più grandi Maestri viventi di Lam Rim del Ladakh. Lama Paljin segue spesso gli insegnamenti di S.S. il Dalai Lama durante le sessioni internazionali e conosce anche lo Dzog Chen grazie al Maestro Namkhai Norbu Rinpoce. Segue inoltre la tradizione Drikung Kagyupa sotto la guida di S.S. Drikung Kyabgon Chetsang Rinpoce e del Ven. Togdan Rinpoce. Ha inoltre ricevuto lezioni di Vinaya dal Ven. Lama Mgar Rinpoce, reggente dei monasteri tibetani di Mgar ed ha avuto la trasmissione completa dei Sei Yoga di Naropa. Dopo aver preso i voti di novizio a Dharamsala, è stato ordinato monaco nel monastero di Sera Je, dal Ven. Tamthog Rinpoce. Nel luglio 1995, Lama Paljin è stato riconosciuto come la reincarnazione di un insigne Lama tibetano vissuto in Ladakh nel 14° secolo che diffuse il Buddhismo in quel paese. Qui Lama Paljin è stato accolto tra i Maestri che reggono il monastero di Lamayuru ed ha assunto la guida del monastero di Atitze destinato a diventare un centro internazionale di meditazione. Infaticabile propugnatore del Buddhismo come strumento di risveglio interiore e di evoluzione sociale, Lama Paljin, tiene corsi e seminari in Italia ed all’estero, ed è promotore di numerose iniziative umanitarie in Ladakh, India, Nepal , Etiopia, Perù. Sulle Alpi Biellesi ha costruito il Monastero Samten Ling, che è uno dei punti di riferimento più importanti del nord Italia per moltissimi praticanti di Dharma
. (Fonte: www.centromandala.org)







