«Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie». «To write poetry after Auschwitz is barbaric». «Escribir poesía después de Auschwitz es un acto de barbarie». «Après Auschwitz, écrire de la poésie est barbare». «Nach Auschwitz, ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch». (Theodor Adorno). © Photo by Marina Gersony
Anche quest’anno mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla Shoah. Me lo chiedono ormai da anni, perché da anni ne ho scritto su vari giornali. Ma allora era un’urgenza per me, una volontà di capire e di comprendere. Adesso non so più se riesco a scrivere di questo argomento. Le cose sono cambiate. Adesso vi spiego il perché.
Il mio interesse per lo stermino degli ebrei iniziò quando mio padre mise in mano a noi figli Se questo è un uomo di Primo Levi e Tu passerai per il camino di Vincenzo Pappalettera. Avevo circa nove o dieci anni anni e lo ricordo come se fosse ora. Dopo averci dato i due volumi esortandoci a leggerli, noi bambini ci prcipitammo in stanza da giochi, le mie due sorelle e mio fratellino Luca, e iniziammo a leggere tutto d’un fiato. In seguito, quando diventai giornalista, per me fu automatico occuparmi anche di queste cose. Fu così che iniziai ad andare alla ricerca di tutto quello che era stato pubblicato sull’argomento. Setacciavo gli archivi, guardavo i film, chiamavo gli editori, spulciavo gli elenchi dei bollettini editoriali e correvo dai miei capi in redazione a proporre i pezzi sul tema. Tutto questo prima che fosse istituito per legge il Giorno della Memoria dal Parlamento italiano. Andavo in Israele allo Yad Vashem, più di una volta ci sono stata, stavo ore e ore ad aggirarmi in quelle sale mentre mi interrogavo sul perchè di tutto quello scempio. Ad Auschwitz no, là non ho mai trovato il coraggio di andare. Coglievo ad ogni modo ogni occasione per parlare con quella parte della mia famiglia sopravvissuta, intere giornate a farmi raccontare la speranza, la fuga, la sopravvivenza. Parlavo con mia nonna, con mio padre, con mia zia. Ma anche con i miei amici ebrei che in modo diretto o indiretto erano stati toccati dalla tragedia. La loro sorte la sentivo mia, le loro emozioni mi era affini, così come le loro sensazioni, i loro silenzi, le dolorose omissioni. Le loro vicissitudini – o semplicemente i loro sentimenti – per chissà quale meccanismo misterioso mi coinvolgevano di più rispetto a quelli della famiglia di mia madre dalle radici italiane e cattoliche, una famiglia altrettanto amata ma per me più estranea e lontana. Mi sentivo la discendente diretta di chi aveva perso la vita nei Lager o di chi era riuscito a scappare lasciandosi beni e sicurezze alle spalle per sfuggire dalla furia nazista e stabilizzarsi in altri luoghi. Pensavo a mio nonno Harry, allo zio Kurt, al cugino Grisha, sentivo il dovere di trasmettere per quanto mi era possibile, con gli strumenti che avevo a disposizione, quelle che erano state le loro tristi e tragiche esperienze. Era un compito, una responsabilità che ho sempre avvertito con chiarezza, da quel giorno che mio padre mi diede in mano il libro di Primo Levi. Attualmente sto ricostruendo a fatica e con grande emozione la storia della famiglia di mio padre. In fondo, tutti noi siamo alla ricerca delle nostre radici, vogliamo sapere chi siamo, da dove veniamo. Come cantava Tanita Tikatam, «we are only the ones we love», ma questa è un’altra storia che vi racconterò in un altro momento.
Per farla breve, mi sentivo (e mi sento tutt’ora) la figlia di scampati e sopravvissuti; di coloro che – per chissà quale benevolo sguardo del destino – ce l’hanno fatta e non sono finiti là ma sono rimasti qui. Motivo per cui sono nata. Che per me – scusate - è una questione importante.
Sono queste alcune delle motivazioni che mi hanno spinta ad occuparmi della Shoah. Volevo conoscere quell’altra parte di me, quella paterna, più misteriosa e insondabile; una storia di antiche erranze, di esodi e di spostamenti. Volevo sapere chi erano gli ebrei, perché erano stati sempre perseguitati nel corso della loro storia e perché in quel modo così tragicamente assurdo e surreale come lo è stato durante la Shoah. Non mi riuscivo a capacitare, dovevo sapere. Io, la Meticcia, quella dalla doppia identità, o forse senza identità, come lo sono spesso i meticci nel mondo, per altro sempre più numerosi; frutti di bizzarre mésalliances più etniche che sociali (secondo una corretta accezione del termine), verso i quali nutro un particolare affetto: i mezzisangue, i «né di qua, né di là», gli eterni esuli di loro stessi. Gli ibridi.
Fu così, senza neanche accorgermene, che lentamente diventai la Specialista dell’Olocausto, la raccoglitrice di voci e di testimonianze, la Grande Esperta. Ero come una scatola vuota sempre pronta ad accogliere disperazioni, strazi, angosce e dolori altrui che subito diventavano i miei. Certo, ero perfettamente consapevole del fatto che la storia dell’umanità era costellata di massacri, stragi e tragedie per le quali provavo pena e compassione . Ma, ripeto, dalla Shoah mi sentivo toccata da vicino per le ragioni di cui ho spiegato sopra. Mi sentivo dunque come una guerriera della memoria che chiedeva giustizia e risarcimento morale; ero una piccola e oscura combattente che con il suo minuscolo contributo voleva tener alta la guardia su quanto era accaduto nel cuore dell’Europa. Senza compiacimento o desiderio di protagonismo e meno che mai per vanità letteraria. Era semplicemente così. Dovevo scriverne, era una specie di missione, punto e basta.
Con il tempo però le cose sono cambiate. Man mano che gli anni passavano aumentavano le testimonianze. C’erano sempre più voci che raccontavano e scrivevano di Shoah. Sempre più editori che pubblicavano libri sul tema. Era nata la GBO, termine da me coniato che sta per Grande Business dell’Olocausto. Insieme ai saggi, alle analisi, alle statistiche e agli articoli aumentavano gli eventi, i film e le manifestazioni, le frasi fatte e retoriche; le parole vuote dei politici, le facce contrite, le strette di mano da circostanza, gli occhi vacui, le post-condoglianze universali tra tartine e buffet. Il Giorno della Memoria iniziava a diventare qualcosa di molto celebrativo, che mi creava un oscuro senso di disagio. Cominciavo ad avvertire un inspiegabile senso di colpa. Mi vergognavo di quello che per me era diventata forse un’ossessione e allo stesso tempo mi sentivo di far parte di un circo con cui non avevo nulla da spartire. Il ricordo di quanto era accaduto meritava forse più silenzio, più elaborazione interiore, una coscienza collettiva consapevole, presente e solidale ma silenziosa. Il severo monito del “Never again” e la memoria storica che riguardava l’intera umanità si stavano trasformando in uno strano e un po’ macabro rito collettivo svuotato del suo più profondo significato. Un chiacchericcio sotto i riflettori. L’Olocausto era diventatato ai miei occhi una specie di Blob della Morte per mano del Cattivo Nazi; una faccenda commercializzata, sviscerata, contemplata, commentata e usata. Un happening da Supermarket con tanto di gadgets, t-shirts e orpelli vari.
Proporzionalmente alla mia vergogna aumentavano i libri che gli editori mi mandavano a casa in modo che io potessi scriverne. Il mio salotto era sempre più sommerso dai volumi sparsi per terra, sul tavolo, sotto il letto, ovunque. Libri che parlavano di campi di concentramento, di uomini, donne e bambini denutriti, di treni e convogli stipati da vittime incolpevoli; e poi pigiami a righe, divise sporche, docce, camere a gas, kapò, torture, famiglie spezzate, annientamenti, soluzioni finali. Io aprivo questi libri, li sfogliavo e mi veniva da piangere. E io, dovete saperlo, non sono una tipa che piange facilmente. È che tutte quelle parole non mi lasciavano indifferenti. Tutto qui. La maggior parte erano libri sinceri, alcuni profondi e toccanti, altri meno; qualcuno scritto meglio, qualcuno peggio, ma tutti si sforzavano di esprimere qualcosa di forte, di universale: era come se un urlo di lettere stampate supplicasse «basta, mai più, non dimentichiamoci di tutto questo». Prendevo un libro, uno a uno, lo sfogliavo, lo annusavo, lo accarezzavo, e poi ne prendevo un altro, e un altro ancora e un altro ancora. Volevo scrivere di ognuno di loro, fare in modo che ognuno avesse la sua visibilità sul quotidiano o sui giornali per i quali scrivevo. Ogni storia meritava luce, attenzione, condivisione. Ma poi mi vergognavo. Mi vergognavo perché già mi immaginavo le frasi o le espressioni del redattore di turno addetto alla chiusura delle pagine che imprecava. Troppe volte mi era toccato sorbirmi riposte poco spiritose che mi mettevano sempre in forte imbarazzo e che dolorosamente confermavano le mie impressioni su quello che io ormai consideravo un puro evento mediatico: «Basta, ancora tu con questi tuoi ebrei. Che stress questo Giorno della Memoria. Guarda poi che quest’anno ci sono altri colleghi che ne vogliono scrivere, l’argomento tira e dobbiamo parlarne anche noi. Vabbeh, fammi una settantina di righe, fai l’elenco dei libri usciti, anzi no, scegline uno meno strappalacrime, anzi no, fammi cinquanta righe che bastano e avanzano e scrivi quel cavolo che vuoi ma trova magari uno spunto ironico, chessò, qualcosa di leggero, sorridente. Poi dico al nostro Vaticanista di scrivermi un centinaio di righe su quel Papa là, pace all’anima sua, così siamo pari e il Direttore è contento. Sbrigati, voglio il pezzo entro le 17 perché poi chiudo. ‘Sto Olocausto ha davvero rotto, non se ne può più».
Ecco perché provo vergogna e non riesco più scrivere di Shoah. Chiedo scusa, ma non ce la faccio più. Nei prossimi giorni però, lo prometto, farò l’elenco di tutti i libri che mi hanno mandato. Lo devo fare, è il mio compito. Punto e fine. Perchè io sono la Specialista dell’Olocausto. E questo titolo non me lo toglie nessuno.
«Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie».
«To write poetry after Auschwitz is barbaric».
«Escribir poesía después de Auschwitz es un acto de barbarie».
«Après Auschwitz, écrire de la poésie est barbare».
«Nach Auschwitz, ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch».
Russian писать стихи после Аушвица – это варварство
Arabic إن كتابة القصائد بعد أوشفيتس هو أمر بربري
Chinese 在奥斯维辛集中营之后写一首诗是一种野蛮的行径
Afrikaans om ná Auschwitz ʼn gedig te skryf, is barbaars
Albanian të shkruash poezi pas Aushvicit është një akt barbar
Aragones Escribir poesía dimpués de Auschwitz ye un auto de barbarería
Basque Auschwitz-ekoa eta gero olerkiak idaztea basakeria hutsa da
Brazilian Escrever poesia depois de Auschwitz, é um ato de barbárie
Croatian Pisanje pjesama poslije Auschwitza je barbarstvo
Czech Po Osvětimi je psaní poezie barbarstvím
Danish At skrive digte efter Auschwitz er en barbarisk akt
Dutch Gedichten schrijven na Auschwitz, is barbaars
Esperanto Post Aŭŝvico verki poezion estas barbara.
Estonian Peale Auschwitzi luuletuste kirjutamine on barbaarsus
Finnish Auschwitzin jälkeen runon kirjoittaminen on barbaarimaista
Greek το να γράφεις ποίηση μετά το Άουσβιτς είναι βάρβαρο
Hebrew לכתוב שירה אחרי אושוויץ זאת ברבריות
Hungarian Auschwitz után verset írni barbár dolog hear pronunciation
Icelandic Eftir Auschwitz er villimannslegt að skrifa ljóð
Korean ‘아우슈비츠’ 를 찾아, 시를 쓴다는 것은 잔인한 일이다.
Latin Carmina componere post Auschwitz barbaries est
Latvian Rakstīt dzeju pēc Aušvicas ir barbariski
Persian نوشتن شعر بعد از قضیه آشویتز عملی نا گوار است
Polish Pisanie wierszy po Auschwitz jest barbarzyństwem
Portuguese Escrever poesía depois de Auschwitz é um acto de barbárie
Romanian Să scrii poezie după Auschwitz este un act de barbarie
Serbian писати поезију након Аушвица је варварски
Swedish Att skriva poesi efter Auschwitz är barbariskt
Chinese 在奧斯微茲集中營之後寫詩是野蠻的
Sul Giorno della Memoria leggi articolo: http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/27/news/shoah_giorno_memoria-2098003/




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Grazie per aver scritto la verità.