
Oggi – a un anno della scomparsa di Alda Merini – desidero riproporre una mia vecchia intervista apparsa su L’Indipendente il 24 giugno 1995. In redazione l’hanno intitolata “Alda, la poetessa vinta dalla vita”, un titolo che a mio avviso non rispecchia per nulla il pensiero della grande poetessa. In realtà si tratta di un’intervista straordinaria in cui la Merini, nonostante alcuni comprensibili cedimenti, non risulta affatto vinta dalla vita. Al contrario è lucida, a volte drammatica, trasgressiva, ma sempre divertente, combattiva e commovente. Parla di se stessa, del manicomio, dei figli e del suo difficile rapporto con una società non sempre benevola nei suoi confronti. Una sorta di lungo monologo da cui trapela tutta la sua speciale visione del mondo che rifugge da stereotipi e banalità. E lo fa come sempre con grande ironia, senza prendersi troppo sul serio. Ce n’è per tutti: per Ungaretti, per Quasimodo che è andato da sua madre a chiedere la sua mano e perfino per Berlusconi, a cui vuole bene «perché sbaglia con così piena coscienza di sbagliare che è un piacere vederlo».
Colgo anche l’occasione per segnalare qui di seguito una serie di eventi e notizie che nei prossimi giorni celebrano la poetessa a un anno dalla morte:
1. Per ricordare Alda Merini esce LA PRIMA RACCOLTA COMPLETA pubblicata da Mondadori. Titolo: «IL SUONO D
ELL’OMBRA Poesie e prose 1953-2009». In breve: dai più intriganti, coinvolgenti e conosciuti capolavori alle pagine dimenticate, questa raccolta è corredata da un ampio saggio critico e biografico di Ambrogio Borsani. Per la prima volta le raccolte poetiche degli inizi sono riproposte per intero: La presenza di Orfeo, Nozze Romane, Paura di Dio. Il volume comprende anche titoli più recenti e molto noti come Vuoto d’amore, Superba è la notte e l’ultimo lavoro, Il Carnevale della Croce, insieme ad altre rarità. Accanto alle prose autobiografiche L’altra verità e Lettera al dottor G., che testimoniano la straziante discesa agli inferi del manicomio, vengono riproposti integralmente i suoi racconti, da Il ladro Giuseppe alle suonate liriche di Delirio amoroso a Il tormento delle figure. Una sezione di aforismi, fulminanti e divertentissimi, documenta un’attività quasi ventennale. Il volume comprende inoltre una decina di poesie inedite.
2. Il 2 novembre, sempre per ricordare la grande poetessa e in occasione dell’uscita dell’antologia della Mondadori (vedi sopra), Licia Maglietta reciterà dei versi della poetessa all’Auditorium di Milano (Largo Mahler 1, Milano – ore 18.30 – ingresso libero). 
3. Giovedì 4 novembre, alle ore 17.30, allo Spazio Oberdan (Viale Vittorio Veneto 2, Milano), la Provincia di Milano ricorda Alda Merini intitolandole la sala cinematografica di Spazio Oberdan con l’apposizione di una targa. Saranno presenti: On. Guido Podestà, Presidente della Provincia di Milano; Bruno Dapei, Presidente del Consiglio provinciale, e Novo Umberto Maerna, Vicepresidente e Assessore alla Cultura. A seguire, Giuliano Grittini presenta un’installazione che anticipa la mostra “L’anima della luce. Testimonianze”, inaugurazione 15 novembre allo Spazio Oberdan. Alle ore 19.30: video “Una donna sul palcoscenico”, docu-intervista di Cosimo Damiano Damato e Giuliano Grittini. Infine, alle ore 21.00: “Una Piccola Ape Furibonda”, Giovanni Nuti canta Alda Merini. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. www.provincia.milano.it/cultura Viale Vittorio Veneto 2, Milano. Tel. 02.7740.6310
E ORA ECCO LA MIA INTERVISTA DEL 1995
Alda Merini, una vita tra discese ardite e risalite…
Milano. Una tipica casa di ringhiera sui Navigli. Né bella, né brutta. Anonima. L’appartamento è al secondo piano. La porta, con attaccate alcune etichette autoadesive mezze strappate, è chiusa alla meglio con un lucchetto. Una piccola scritta sghemba segnala che è l’appartamento di Alda Merini, la grande poetessa, la pazza. Inquieti suoniamo. Apre sospettosa: «Chi è lei, non l’aspettavo». Le diciamo che ci manda Giorgio Somalvico, un poeta e pittore pieno di talento, suo amico. È la parola magica che ci fa entrare. Eccola qui davanti a noi, la squilibrata, quella che è stata in manicomio dieci anni, e ci sentiamo stupidi perché al di là delle apparenze, intuiamo in un lampo che la signora di balengo non ha proprio nulla. Sì, indubbiamente l’appartamento è a dir poco allucinante, sporchissimo, lercio, le tubature non funzionano, cinquanta metri quadri che sono uno schifo. Il caldo d’estate lo rende inagibile, in inverno il gelo l’ha fatta ammalare. «È una polveriera piena di polvere», sorride tranquilla. La voce è calda, educata, non c’entra nulla con quel sudiciume scandaloso. Sorride agghindata, Lei, alla meno peggio, casuale nel suo modesto vestito a fiori. Le unghie sono rosse con lo smalto smangiucchiato. Unico vezzo: una collana dalle perle grandi e vistose. Ci parlerà per un paio di lunghe ore, ci racconterà della sua vita, di tante, troppe cose che si accavallano nel tempo dei ricordi. Le domandiamo subito cosa pensa della legge Bacchelli, per la quale alcuni parlamentari si sono mobilitati proprio in questi giorni. ( Il gruppo al Senato dei progressisti Verdi – La Rete ha rivolto un’interrogazione al Presidente del Consiglio, primo firmatario Edo Ronchi, per chiedere se intenda rivedere il diniego dell’assegnazione del Fondo Bacchelli alla poetessa affidandole un vitalizio).
È contenta che dei parlamentari si stanno occupando di lei? Cosa pensa di tutto questo clamore intorno alla sua persona?
«Non lo sto vivendo perché lo stanno facendo gli altri. Non ho fatto pressione presso nessuno, non ho cercato di farmi valere, non ho chiesto personalmente il fondo Bacchelli. L’ho chiesto mentalmente. Può darsi che abbia delle doti paranormali. Qualcuno avrà sentito il mio pensiero». ( Ride, ndr).
Ma qualcuno si sta muovendo…
«Credo che sia anche giusto, non tanto perché io sono Alda Merini, perché potevo essere un altro poeta, ma perché sono stata talmente tartassata dalle calunnie, e non solo all’interno del manicomio, ma anche da parte dei critici. L’invidia non è mai morta».
Perché secondo lei sono così restii ad applicare la Bacchelli nei suoi confronti?
«Non ho punti di vista. Se fossero ancora vivi Manganelli o Volponi mi avrebbero già assegnato un vitalizio. Non c’è più nessuno che mi difende. Questo dimostra di quanto è disumano il governo, ma forse neanche poi tanto, perché si occupa di altre cose, non penso che prenda in considerazione la vita di Alda Merini».
Forse tra i politici pochi hanno letto i suoi libri.
«Molti non avranno letto, ma la politica non c’entra niente con la poesia. Io non posso pretendere che l’onorevole Dini si metta a leggere “Vuoto d’amore”. Se non è portato fa bene a non leggerlo. Non avrebbe un fiammifero per caso? Sa, sono una tabagista. Mio padre è morto per il troppo fumo, ma è morto contento ( Ride, si accende una Marlboro, toglie il filtro e aspira, ndr).
Come vive la notorietà?
«Non la vivo proprio, perché mi sono sempre attenuta al mio quotidiano stretto, che non mi va bene, un po’ viscerale, però mi è bastato per tanti anni, dovrebbe bastarmi ancora, no?»
Ma lei è considerata una grande poetessa.
«Del giudizio degli altri dubito sempre. Sono io che devo sentirmi un grande poeta e non mi sento tale».
Chi lo è, secondo lei?
Raboni, per esempio, forse Alda Merini lo è stata. Oggi però, mah…è una donna così…un po’ vinta dalla vita ( la voce si spezza, esita, gli occhi si riempiono di lacrime, ndr)… con il rubinetto che perde». Ho fatto fiasco in fondo sul piano umano, questo mi dà fastidio».
Ha tanti amici?
«Sì, ho tanti estimatori. Ma veramente persone che vengono a raccogliermi il letto quando mi cade. Figli che sono premurosi verso di me non ne vedo. E questo è molto triste per me».
Quanti anni hanno le sue figlie e dove vivono?
«La maggiore ne ha quaranta, la minore ventitré. Vivono lontane da me, sono andate in affido presso famiglie lontane, solo due di loro, ma dei miei figli non voglio parlare…Mi vogliono bene, come tutti…bisogna stare molto attenti a non confondere il fanatismo con l’amore. Voglio dire che il poeta non c’è, c’è la figura umana del poeta. Io credo che sul piano umano sono stata molto più grande che sul piano della poesia. Forse plaudono in me questo. Credo di essere stata una mamma, una donna e un poeta quando ho potuto farlo. Certe volte ho strappato i miei manoscritti, perché nessuno me li pubblicava. Quindi io stessa ho distrutto il mio prodotto culturale migliore, perché mi sono sentita offesa dalla società. Alle volte provo ripugnanza ad andare alla macchina per scrivere».
Qualcuno che le vuole un po’ di bene ci sarà
«Certo ci sono degli amici e il bene è reciproco. Mi hanno aiutato a vivere in questo isolamento, in questo caseggiato dove nessuno suona mai un campanello, dove i vicini mi molestano. Una vicina ha cercato di farmi ricoverare; un’altra diceva che corteggiavo il suo fidanzato. E chi lo vedeva mai quello lì, sa come sono i poeti che vivono sulla luna. Era una pazza, la pazza della porta accanto, che è anche il titolo del mio libro che uscirà della Bompiani. Bisogna essere folli per pensare che mi piacesse quel brutto elemento».
Cosa le piace del mondo di oggi?
«Tutto. Solo che per conquistare il mondo ci vuole denaro, per un briciolo di felicità bisogna spendere molto, credo. Non sono andata nei ristoranti del quartiere, perché non potevo. Poi da sola. Cosa ne penso? La mia vita è nella solitudine, come quella di un qualsiasi pensionato».
Come ha vissuto i suoi dieci anni in manicomio?
«Ho attraversato quel periodo con il buonsenso. Non ho mai parlato in dieci anni., ho ascoltato storie molto belle, ho visto degli angeli che fuori non ho più ritrovato»
Ha rimosso quel periodo?
«Ho conservato un grande rancore. Di notte i ricordi fanno capolino, ma cerco di non parlarne più. Dicano quello che vogliono, ma se non avevo Manganelli alle spalle, dal manicomio non sarei uscita più. Tant’è vero che Manganelli mi ha detto quando sono uscita: “Ciao rediviva tornata alla vita”. Lui era sempre vigile, avevano paura di lui e di mio marito. Questi vigliacchi hanno paura dei parenti e si avvalgono invece molto del giudizio dei parenti che l’hanno condannato al manicomio».
Come si giudica?
«Sono disordinata, molto indolente, ho tanti difetti umani, anche vanitosa, perché no, quando parlano di me sono felice. Ma questo non è un merito, è un demerito».
La poesia oggi e quella di Quasimodo: un giudizio.
«Quando ho letto Quasimodo per la prima volta, da ragazzina, mi sono fatta quattro risate, perché ero abituata a Pascoli e al Carducci, ero appena uscita dagli studi classici. Trovavo la poesia di Quasimodo ridicola, così sintetica. Ho riso anche in faccia ad Ungaretti se è per questo: dicevo tra me e me, ma questo cosa va dicendo in due frasi “M’illumino d’immenso”? Ho riso di Quasimodo quando è venuto da mia madre a chiedere la mia mano. Si figuri che era sposato. Io avevo 18 anni. Ma ho sempre riso dei poeti, li ho sempre giudicati un po’ matti, ma poi in manicomio ci sono finita io ( ride a crepapelle, ndr ). Vuol dire che il mio giudizio su di loro non era sereno. Forse il manicomio ha avuto ragione».
Chi le piace tra i politici?
«Mi piace il Berlusconi. Gli voglio bene perché sbaglia con così piena coscienza di sbagliare che è un piacere vederlo».
E gli altri politici?
«Non so, non sono una politicante. Berlusconi mi è molto simpatico. Poi cosa realmente faccia, non l’ho capito. Ha una bella famiglia, ride sempre, promette, ma non manterrà, ma penso come tutti, né più né meno».
—THE END —
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