Quando uscì nel 1997, il famoso libro dello storico statunistense
Daniel Goldhagen (titolo:
I volenterosi carnefici di Hitler, Mondadori) non passò inosservato, in particolare in Germania, dove la sua pubblicazione determinò uno choc. Il giovane e fino ad allora sconosciuto professore di harvard sosteneva, carte alla mano, che non furono soltanto le SS o i membri del partito nazista i responsabili dell’Olocausto, bensì anche i tedeschi comuni, di ogni estrazione, che brutalizzarono e assassinarono gli ebrei, per convinzione ideologica o per libera scelta. Anni dopo, nel 2005, lo stroico italiano
Amedeo Osti Guerrazzi ha riaperto la questione indagando a sua volta sulle responsabilità di quegli italiani che, per motivi di lucro o di antisemitismo (o entrambe le cose), contribuirono alla cattura degli ebrei (
Caino a Roma. I complici romani della Shoah, ed. Cooper, pagg. 221, euro 15). Se da un lato vi furono diversi romani che si opposero con coraggio alle leggi razziali aiutando gli sfortunati concittadini di religione (o «razza») ebraica, altrettanti li denunciarono e contribuirono a mandarli nei lager o alle Fosse Ardeatine. L’autore utilizza documenti inediti di processi intentati nel dopoguerra contro i collaborazionisti e per la prima volta, dopo anni di «smemoratezza condivisa», emergono i nomi dei complici della Shoah, gente comune, fascisti legati alle istituzioni, resistenti e gli stessi ebrei, come la bellissima e feroce Celeste Di Porto, «la Pantera nera» che fece deportare numerosi correligionari, tra i quali alcuni parenti. Insieme a Osti Guerrazzi sono svariati gli autori e i libri che con modalità e intenti diversi cercano di far luce sulle pagine più oscure della Storia in nome di un’identità ebraica negata o vilipesa; o che semplicemente sentono la necessità di tenere viva una memoria che esige e pretende ascolto. Instar Libri, ad esempio, pubblica
La mitzvah segreta di Lucio Burke, di
Hayward Steven (pagg. 344, euro 16) che in forma di romanzo allude alla difficoltà e al disagio di vivere da ebrei nella Toronto degli anni Trenta, dove non mancano le spiagge e i campi da golf vietati agli ebrei in una società canadese d’inizio secolo, popolata da wops e kikes («guappi» italiani e «giudei»), ma anche da giovani che sfilano per le strade esibendo svastiche. Di grande spessore sono i ricordi di
Giorgina Arian Levi (Titolo del libro:
Tutto un secolo, La Giuntina, pagg. 134, euro 12). Tra il 2004 e il 2005 l’autrice – allora novantacinquenne – ha raccolto sul suo portatile le memorie di una vita passata tra militanza e passione politica; un’esistenza lunghissima che ha attraversato due guerre mondiali, la persecuzione nazifascista, l’esilio, il ritorno e le trasformazioni sociali e politiche di un’Italia ambigua e lacerata. Ritorna così quell’interesse profondo per l’ebraismo e per la sua storia antica e recente, per le dinamiche che si intersecano tra società civile e minoranza ebraica, dove affiora la preoccupazione che il pregiudizio antiebraico, duro a morire, possa ricomparire in ogni epoca e in ogni luogo. E non importa se
Gad Lerner nel suo interessante libro uscito anche lui nel 2005
Tu sei un bastardo (Feltrinelli, pagg. 220, euro 10) si dichiari contro il culto delle origini, l’abuso delle identità e la retorica delle radici perdute che spingono alla separazione e di conseguenza al conflitto. Se è vero che il culto eccessivo dell’appartenenza, sia essa religiosa, politica o calcistica, può ghettizzare o diventare arma di strumentalizzazione (ma anche di narcisismo irritante o di vittimismo esasperato e controproducente), è anche vero il contrario, e cioè che proprio attraverso la conferma dell’identità, qualunque sia, le relazioni con gli altri, con il diverso da sé, diventano terreno di scambio e di confronto in una società sempre più anemica e noiosamente omologata. Perfino nell’espressione di pareri e di opinioni diverse.Questo articolo è uscito giovedì 03 novembre 2005 su Il Giornale (Alla memoria non basta un solo giorno di Marina Gersony).
La foto sopra è di Pir
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