A proposito dell’articolo «Cancellare un viso di donna non corrisponde al vero Islam» apparso il 29 dicembre sul Corriere della Sera a firma di Alessandra Murgia. La collega intervista Sumaya Abdel Qader (vedi blog Il diario di Sumaya), autrice del libro Porto il velo, adoro i Queen. Nuove italiane crescono (Sonzogno, pagg. 182, € 14.00). Nata a Perugia nel 1978, figlia di immigrati giordano-palestinesi, musulmana praticante e casa a Milano, Sumaya commenta il rapimento da parte di Al Qaeda di Sergio Cicala e della moglie italiana originaria del Burkina Faso, Philomene Kabouree. I due coniugi sono ritratti in una foto-pugno-nello-stomaco che ha fatto il giro del mondo: accovacciati per terra sono sovrastati da tre uomini armati di mitra con il turbante e il volto coperto. Lui con la barba incolta e l’espressione pietrificata, lei con il volto oscurato per decisione dei terroristi, a riproporre l’idea di un Islam che vorrebbe umiliare e annullare la donna. Su questo fatto interviene Sumaya, impegnata insieme ad altri giovani musulmani di seconda generazione a integrare le proprie radici con la cultura occidentale. «È una provocazione che non ha nessun senso e fondamento da un punto di vista religioso – ha dichiarato al Corriere - È un atto politico estremo, mi ha colpito molto». Così come colpiscono le parole di questa scrittrice che oltre alle tipiche problematiche di tutte le donne della sua generazione si trova a dover fronteggiare le difficoltà legate all’integrazione: italiana o araba? Moderna o tradizionalista? Diversa o normale? Occidentale oppure orientale?Questioni globali che ruotano intorno a dinamiche profonde e identità complesse che l’autrice affronta nel suo libro con voce ironica e disincantata. Sempre sul tema della condizione delle donne musulmane in Italia (ma vale per l’Occidente in generale), ripropongo qui di seguito un’intervista di Francesca Druidi a Souad Sbai e alla sottoscitta.La condizione delle donne musulmane in Italia non si può spiegare in modo univoco. Restano però zone d’ombra dentro e fuori le mura domestiche. La deputata Souad Sbai e la giornalista Marina Gersony, esperta di Medio Oriente, fotografano lo stato dell’integrazione delle immigrate. Oltre gli stereotipi e i luoghi comuni
di Francesca Druidi
Velo. Burqa. Niqab. Simboli che evocano un’entità complessa, la donna araba, della quale si cerca di tracciare contorni netti e definiti quando, in realtà, sfugge a classificazioni univoche. «Il primo luogo comune da sfatare – commenta la giornalista e regista Marina Gersony – è che l’universo femminile musulmano sia un blocco monolitico formato da individui uguali fra loro». Le donne musulmane in Italia provengono, infatti, da Paesi dalle caratteristiche diverse dal punto di vista geografico, economico, politico, sociale e culturale. «I comportamenti e il livello di emancipazione – spiega la deputata del Pdl Souad Sbai, presidente dell’associazione Donne Marocchine in Italia Acmid-Donna Onlus – si differenziano molto a seconda della nazione di origine». Minimo comune denominatore resta l’appartenenza all’Islam, «un collante potentissimo – aggiunge Gersony – ma che non può oscurare il fatto che ogni persona sia il prodotto di molteplici fattori, tra cui la provenienza, la famiglia, lo stato economico e l’evoluzione personale. Come vedono gli italiani le donne arabe? Direi in modo ambivalente: come un’entità, da un lato, da accogliere, dall’altro da respingere, dove il velo, indossato o “virtuale”, viene vissuto come simbolo di divisione». A influire sono anche i mass media che, secondo Souad Sbai, «tendono talvolta a fornire un’immagine convenzionale e distorta della donna araba, sintetizzabile unicamente nei simboli del burqa o del velo. Per le interviste e i dibattiti televisivi vengono spesso selezionate donne di cultura islamica velate, evitando aprioristicamente di contattare quelle che vestono all’occidentale, quando invece circa il 90% delle donne arabe residente in Italia non indossa il velo».
Un percorso accidentato
Oltre al velo, il grande punto interrogativo che aleggia sulla condizione dell’universo arabo femminile è rappresentato dalle effettive dinamiche di integrazione. Come evidenzia Souad Sbai, il processo di inserimento, ancora in atto, che ha interessato la prima generazione di donne di cultura islamica giunta in Italia negli anni Ottanta è stato complesso e difficile. A pagarne le conseguenze sono state le donne, spesso analfabete, originarie delle zone rurali che, arrivate in Italia, non hanno potuto beneficiare delle grandi riforme sociali attuate negli ultimi anni in Marocco, in Tunisia e in Algeria. «Molte immigrate faticano tuttora a intraprendere un percorso di consapevolezza dei loro diritti. La maggior parte di loro è rimasta ai margini tanto della società italiana, quanto di quella dei loro Paesi d’origine». Ad aggravare la situazione sono il comportamento e il pensiero maschilista degli uomini delle loro famiglie, che spesso tendono a relegarle nei ristretti ambiti delle comunità, lontano dai contatti con il tessuto sociale italiano. «Se parliamo di donne poco istruite, condannate ai lavori più umili e sottomesse all’autorità maschile, il quadro non è roseo – afferma Marina Gersony – anche perché, in genere, sono donne che non abbandonano gli usi e i costumi del Paese di origine. Compresi quelli considerati aberranti da noi occidentali». Per le donne che non riescono a integrarsi, l’isolamento è il peggior nemico. «Molte rifiutano “lezioni” di comportamento occidentale – prosegue la giornalista– e si rifugiano nel loro mondo. Purtroppo, il fatto di compiere pochi sforzi per integrarsi e per apprendere la lingua, le priva paradossalmente di quelle libertà di cui godono le loro connazionali in patria». Agli ostacoli di natura linguistico-culturale, si affianca spesso lo scoglio giuridico-amministrativo del permesso di soggiorno. «Le donne immigrate – sottolinea la deputata – non dovrebbero essere legate al permesso di soggiorno dei loro mariti». È, infatti, importante che la loro permanenza in Italia sia valutata separatamente da quella del coniuge, per non dipendere da ogni punto di vista dal marito. Il caso di Hina Saleem, la giovane uccisa dal padre in quanto rea di avere un ragazzo italiano e di vestirsi all’occidentale, è l’episodio più emblematico assurto alla ribalta mediatica, ma sono numerose le immigrate vittime di soprusi e di violenze psicofisiche. E, anche in questi casi, la discriminante più frequente e preoccupante è rappresentata dall’analfabestismo. «L’incapacità completa o parziale di saper leggere e scrivere nella propria lingua madre, dovuta per lo più a un’istruzione o a una pratica insufficiente è una condizione limitante per molte donne. Parallelamente, l’impossibilità di esprimersi oralmente in italiano costituisce un grave impedimento allo sviluppo normale della persona e a qualunque tipo di relazione sociale». Lo afferma Souad Sbai, anche alla luce del primo anno di vita del numero verde antiviolenza Mai più sola realizzato dall’associazione da lei presieduta, Acmid-Donna Onlus. Un progetto volto ad accogliere le richieste di aiuto delle donne immigrate di tutte le nazionalità, in particolare quelle di cultura islamica. «La storia di Hina per fortuna non è la norma – afferma Marina Gersony – esiste, tuttavia, un mondo di violenza, di arcaica religiosità e di arretratezza culturale, dove la donna è considerata meno di niente. Pensiamo soltanto al rito disumano delle mutilazioni genitali femminili». Le vie d’uscita? Per entrambe le interlocutrici sono fondamentali la scuola, intesa come crocevia di culture e di volano per l’integrazione, la conoscenza della lingua, della cultura italiana e dei diritti sanciti dalla Costituzione, ma anche il rispetto delle leggi e delle regole della società. «Tra gli interventi da intraprendere con urgenza – sostiene la politica impegnata nelle file del Pdl – mi auguro che si arrivi presto a un piano di alfabetizzazione e all’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla condizione delle donne extracomunitarie che vivono in Italia, con l’attivazione su scala nazionale di centri di accoglienza e di case famiglia, destinati alle immigrate vittime di violenza e ai loro figli minorenni». Marina Gersony sottolinea l’importanza di promulgare leggi che salvaguardino realmente i diritti basilari di queste donne, tutelandole da quelle che definisce tradizioni barbare e ideologie liberticide. «Sono da deprecare – le fa eco Souad Sbai – quelle forme di buonismo e di multiculturalismo che giustificano la poligamia, l’infibulazione, il ripudio e la violenza in base all’origine etnica e che rischiano di minare gli ordinamenti giuridici occidentali, come purtroppo è accaduto in Gran Bretagna». Souad Sbai denuncia il manifestarsi di un’allarmante percentuale di casi di poligamia in Italia, emersa dalle telefonate arrivate al numero verde Mai più sola. In base alle testimonianze raccolte, sono numerosi i mariti che, dopo alcuni anni di matrimonio, esigono che la moglie legittima accetti di condividere il tetto coniugale con un’altra donna presa in sposa con rito islamico “orfi”, una sorta di matrimonio temporaneo contratto dinanzi a due testimoni. «Visto il dilagare silenzioso e pericoloso di questo fenomeno in Italia – denuncia la politica – come anche di alcuni casi inaccettabili di “ripudio”, ossia di legittime mogli ricondotte contro la loro volontà nei Paesi di provenienza per far posto alle nuove consorti, bisognerà riempire alcuni gravi lacune del diritto, attraverso interventi giuridici mirati e sanzionare duramente chi si avvale di questa pratica». Si registra però una reazione in questo senso, che fa ben sperare per l’avvenire. «Va detto che tra le musulmane – evidenzia Marina Gersony – si segnalano sempre più specialiste nei diritti delle loro connazionali che si alleano con le forze laiche o religiose autoctone per combattere tali pratiche sommerse. Si tratta di segnali forti che ci si augura possano generare riflessi positivi sull’Islam diasporico».
Le generazioni del futuro
La condizione delle donne di cultura islamica non va letta soltanto attraverso le criticità, ma anche alla luce dei piccoli passi in avanti compiuti. «Le immigrate non sono tutte inevitabilmente deboli, vittime o rassegnate – afferma Marina Gersony – ci sono donne che hanno padronanza della lingua italiana, un’istruzione e un lavoro: oltre a essere mogli e madri, vantano professionalità specifiche e uno status sociale. Soprattutto le giovani di seconda e terza generazione che, rispetto alle loro madri, si sono emancipate e si sentono a pieno titolo italiane». Le donne arabe e musulmane integrate si trovano, quindi, a fare gli stessi salti mortali compiuti dalle italiane alle prese con i giochi di equilibrio della quotidianità, scisse tra impegni di lavoro, gestione della casa e responsabilità familiari. «Con qualche pregiudizio aggiuntivo. Anche se non è poi così scontato che le loro aspirazioni riflettano a tutti i costi la libertà di cui godono le donne italiane». Anche per Souad Sbai le speranze sono riposte nelle giovani della seconda generazione cresciute nel nostro Paese. «Sono in tutto e per tutto italiane, ma spesso subiscono ancora il condizionamento del loro paese d’origine attraverso le famiglie. È su di loro che dobbiamo lavorare per costruire un vero processo di integrazione sociale e culturale, vigilando affinché le menti di questi giovani non restino vittime di un pensiero fondamentalista e radicale, a causa dei possibili condizionamenti che potrebbero subire durante la fase adolescenziale. La scuola per questo identifica il vero banco di prova su cui investire per il domani». È però finito il tempo delle parole. Ora servono fatti concreti. «L’importante – conclude Marina Gersony – è che questi problemi non vengano affrontati con paternalismo e pietismo. Non renderebbe giustizia a nessuno».





